CHE COSA SUCCEDE NELLA SESSIONE PSICODRAMMATICA?

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Le funzioni psicoterapeutiche attivate in psicodramma:
proposta di uno schema di analisi del processo di cambiamento

PAOLA DE LEONARDIS

SOMMARIO

L’articolo propone di associare ai parametri solitamente usati per analizzare la sessione di psicodramma – e cioè il tipo di attività realizzate, gli obiettivi rivolti al singolo membro del gruppo e le finalità riferite al gruppo stesso – un quarto parametro: quello riferito alle funzioni mentali favorevoli al cambiamento attivate in modo specifico nelle diverse fasi della sessione stessa, con particolare riferimento all’ambito psicoterapeutico. L’autrice inizia con il descrivere ciascuna delle funzioni mentali individuate come psicoterapeutiche dal punto di vista psicologico generale e in riferimento allo psicodramma in particolare. Prosegue poi cercando di identificare gli attivatori psicodrammatici specifici di tali funzioni e infine propone una griglia di lettura di una sessione-tipo di psicodramma, specifica per ciascuna delle sue classiche fasi, secondo i 4 parametri citati.

Parole chiave: sessione psicodrammatica, funzioni mentali, funzioni psicoterapeutiche, analisi di processo, attivatori mentali.

ABSTRACT

WHAT HAPPENS IN A PSYCHODRAMA SESSION?

Psychotherapeutic functions activated in psychodrama: proposal for an analytical model of change process

The article proposes to associate to the parameters that are generally adopted for analyzing a psychodrama session – that is, the type of activities carried out, the objectives for each individual in the group and the objectives for the group itself – a fourth parameter which regards the mental functions that support change and are specifically activated in the different stages of the session itself, with particular reference to the psychotherapeutic field. First of all, the author describes each of the mental functions identified as psychotherapeutic from the general psychological point of view and with regard to psychodrama in particular. She then tries to identify the psychodramatic activators that are specific to such functions and, finally, she proposes a reading model for a typical psychodrama session specifically for each of its classical stages according to the 4 parameters mentioned above.

Key words: psychodrama session, mental functions, therapeutic functions, process analysis, mental activators.

Per leggere ciò che succede in una sessione di psicodramma, dal punto di vista sia interpersonale che intrapsichico, è importante assumere dei parametri precisi di analisi. In questo articolo propongo di assumere 4 parametri fondamentali: 1) il tipo di attività realizzate, 2) gli obiettivi rispetto al singolo membro, 3) le finalità rispetto al gruppo e infine 4) le funzioni mentali (psicoterapeutiche) attivate.

I primi tre di questi parametri sono presi in considerazione in molte riflessioni teoriche-metodologiche e in quasi tutte le analisi di sessioni psicodrammatiche, anche fra quelle presentate su questa stessa rivista. Non mi sembra invece che il quarto dei parametri citati – le funzioni mentali (psicoterapeutiche) attivate nel processo psicodrammatico – abbia avuto una considerazione specifica se non, piuttosto brevemente, da Giovanni Boria nel suo Psicoterapia psicodrammatica, nel capitolo intitolato “I meccanismi mentali elettivi”, in cui vengono considerate in sequenza le funzioni di doppio e di specchio, il decentramento percettivo e la catarsi (Boria, 2005, pp.98-100).

Credo che avere un’idea più chiara su quali funzioni mentali, e quindi quali dinamiche intrapsichiche, lo psicodramma nelle sue diverse applicazioni promuove, ci può aiutare a orientare con maggior consapevolezza e intenzionalità il nostro agire come direttori di psicodramma nei diversi contesti, in particolare in ambito psicoterapeutico, per quanto attiene sia il contenimento (l’holding) sia le azioni di stimolo.

Il primo obiettivo di questo articolo è quindi quello di individuare le funzioni psicologiche, fra quelle generalmente ritenute favorevoli al cambiamento, che lo psicodramma attiva più frequentemente e/o in modo privilegiato negli interventi di gruppo. Nell’articolo descrivo poi tali funzioni una ad una, in modo da poggiare bene i piedi della mia riflessione su un terreno concettuale comune.

Proseguo quindi la mia riflessione considerando gli attivatori psicodrammatici che mi sembrano specifici delle diverse funzioni psicoterapeutiche, e infine propongo una griglia di lettura di una sessione psicodrammatica-tipo, specifica per ciascuna delle sue classiche “fasi”, secondo i 4 parametri sopra elencati.

Per ragioni di estensione del testo, non mi sarà possibile, in questo articolo, offrire un esempio di tale analisi applicato a una sessione psicodrammatica realmente condotta e videoregistrata. Ancor meno proponibile, per motivi di spazio, sarebbe presentare secondo questi quattro parametri l’analisi di una serie di sessioni psicodrammatiche in un gruppo di psicoterapia, centrando l’attenzione su un singolo membro oppure sul gruppo nel suo complesso.

Mi auguro tuttavia che la chiave di lettura qui proposta possa non solo facilitare ma anche arricchire l’analisi di una sessione psicodrammatica, consentendo di comprenderla meglio dal punto di vista della dinamica intrapsichica e di descriverla con più ordine nel suo processo. La stessa chiave di lettura potrà essere utile anche nell’analisi sequenziale di numerose sessioni, al fine di riconoscere e distinguere i segnali comportamentali e verbali del cambiamento di singoli membri del gruppo. Si potranno inoltre individuare con criteri psicologici, oltre che contenutistici, le relazioni di gruppo e le dinamiche che contraddistinguono l’evolvere del gruppo stesso.

Che tipo di intervento è lo psicodramma?

Lo psicodramma, coerentemente con la teoria che lo informa, applica una metodologia che può, con grande flessibilità, perseguire finalità diverse: formative, educative, conoscitive, o psicoterapeutiche. Ciò che a questo riguardo distingue gli ambiti formativi e quelli psicoterapeutici è essenzialmente l’intenzionalità dell’intervento stesso e le finalità che esso si propone.

L’attivazione di specifiche “funzioni mentali” è lo strumento attraverso cui i diversi approcci psicologici propongono percorsi di sviluppo personale e di cambiamento.

Questo non vuol dire che le stesse funzioni psicologiche attivate a scopo psicoterapeutico non siano attivate anche in ambiti formativi o educativi. Ciò che cambia è appunto l’intenzionalità intrapsichica, nella quale a mio parere è centrale l’inclusione sistematica, o meno, dei territori inconsci nell’esplorazione dei modi d’essere delle persone e delle loro relazioni.

Nel cercare di individuare le funzioni mentali attivate dallo psicodramma in contesto gruppale mi riferirò di preferenza al setting psicoterapeutico, in quanto è in questo ambito che si espleta a pieno, anche in psicodramma, l’intenzionalità di cambiamento.

Che tipo di psicoterapia è lo psicodramma?

Si suole distinguere le psicoterapie in categorie e sottocategorie differenti. Le tre categorie base di solito citate sono di sostegno, rieducative e ricostruttive (Gabbard, 2009).

La sottocategoria delle psicoterapie espressive e quella delle psicoterapie esperienziali, fra le quali lo psicodramma viene più spesso catalogato, sono in genere assegnate alla categoria delle psicoterapie rieducative. Di queste psicoterapie, infatti, viene messa in rilievo la funzione di riadattamento della persona alle esigenze di vita e insieme alla possibile risposta ai suoi propri bisogni, anche attraverso l’individuazione e l’elaborazione dei conflitti inconsci.

Le psicoterapie ricostruttive, o ristrutturanti, in cui di solito vengono collocate tutte le terapie a orientamento psicoanalitico, mirano a una sostanziale ristrutturazione della personalità dell’individuo, non solo attraverso il riconoscimento dei bisogni e delle pulsioni inconsce e lo scioglimento dei conseguenti conflitti interni, ma soprattutto attraverso la maturazione emotiva e cognitiva conseguente a una specifica approfondita conoscenza di sé e del proprio funzionamento psicologico (Ogden, 2009).

Se la distinzione fra categorie psicoterapeutiche sopra riportata ha un senso, l’analisi del processo psicodrammatico e molti anni di esperienza mi spingono a riconoscere nello psicodramma una psicoterapia non solo espressiva ed esperienziale, ma anche propriamente ricostruttiva. Anche in psicodramma il terapeuta orienta il suo operare all’intera personalità dell’individuo, nei suoi aspetti sia relazionali che inconsci, e mi sembrerebbe incongruente affermare che lo psicodramma non miri a una significativa maturazione emotiva e cognitiva. Eppure la misura in cui lo psicodramma intende esplorare i territori inconsci – intrapsichici e intragruppali – vale una riflessione.  

L’inconscio in psicodramma

I territori dell’inconscio sono da sempre appartenuti alla psicoanalisi in quanto disciplina orientata specificamente ad esplorarli e – secondo l’obiettivo dichiarato freudiano – a trasformarli in coscienza.

Tale assunto – secondo cui, per una vera psicoterapia di trasformazione, ciò che è nell’Es (inconscio) deve essere portato nell’Io (coscienza) – non è trasferibile tale e quale alla psicoanalisi attuale e ai suoi orientamenti interpersonali o intersoggettivi. Questi considerano l’inconscio una condizione mentale non solo da esplorare, e quindi da rendere conoscibile, ma da ri-costruire insieme, attraverso la relazione terapeuta-paziente, nella consapevolezza che a livello mentale sia più corretto pensare a processi in continua evoluzione che non a stati più o meno accessibili o inaccessibili.

Nei testi di Moreno il concetto di inconscio ha una presenza estemporanea, usata per lo più quando parla di spontaneità e a scopo distintivo rispetto alla psicoanalisi[1]. Fa eccezione la sua riflessione più articolata sull’inconscio che compare nei testi, o lezioni, con relativi commenti dei suoi interlocutori, che compongono quello che in traduzione italiana porta il titolo di Gli spazi dello psicodramma e che rappresenta idealmente il volume terzo del Manuale di Psicodramma, realizzato negli anni ’50 del secolo scorso (Moreno e Toeman Moreno, 1995)[2].

In effetti Moreno riteneva che, ai fini del cambiamento dell’individuo e della terapia dei suoi disturbi mentali, il metodo psicodrammatico rendesse superflua l’esplorazione sistematica delle esperienze affettive arcaiche o primarie[3], strettamente connesse alla formazione dell’inconscio e al suo potere condizionante sui comportamenti adulti delle persone. Moreno sostiene (Moreno, 1985, pp.13-218) che il suo metodo è finalizzato allo sviluppo nella persona di uno stato mentale (o condizione mentale), quello della spontaneità, in grado di attivare le sue parti sane e di rendere produttive e creative le sue risorse interiori in un ambito relazionale insieme contenitivo e stimolante. Secondo Moreno lo sviluppo della spontaneità-creatività – che egli arrivò a indicare come lo strumento principe di una “terza rivoluzione psichiatrica” – riesce ad attivare, nel qui ed ora del contesto di gruppo, le funzioni psicologiche e le competenze relazionali che là e allora erano rimaste inibite o distorte. L’individuo, come sistema dinamico unitario, beneficia nella sua interezza dello sviluppo della spontaneità-creatività, e tende a livelli evolutivi sempre più articolati e complessi.

Questo, in estrema brevità, il rationale della psicoterapia moreniana. Ma dove è andato a finire l’inconscio? Dove sono andati a finire quella approfondita conoscenza di sé e del proprio funzionamento psicologico che, secondo l’attuale classificazione, fanno la differenza fra terapie ricostruttive e terapie rieducative?

Questo modo di inquadrare la questione della psicoterapia, mi sembra in realtà un po’ limitativo.
Penso sinceramente che se Moreno avesse preso allora sul serio l’inconscio freudiano ne sarebbe rimasto seriamente invischiato, e che probabilmente non sarebbe riuscito a dare al suo approccio teorico e metodologico quella coerenza che oggi è stata messa in luce da molta pratica dello psicodramma e molta riflessione su di esso. Ma credo anche che, se egli fosse oggi qui con noi, ritornerebbe su quel tema inglobandolo nella sua teoria.

Nel capitolo de Gli spazi dello psicodramma intitolato Terapia interpersonale, psicoterapia di gruppo e funzione dell’inconscio (Moreno e Toeman Moreno, 1995, pp.59-110), Moreno affronta in modo molto più articolato e approfondito la questione dell’inconscio e delle terapie psicodinamiche che ne hanno fatto il centro del loro interesse. Tuttavia egli vira molto velocemente sul concetto di co-inconscio, poiché il cuore della sua disamina è la psicoterapia interpersonale, o meglio la psicoterapia delle relazioni interpersonali, di cui la psicoterapia di gruppo era l’espressione allora più nuova. Infatti per Moreno l’inconscio personale fa parte di quello che egli chiama “il sistema Inc.”, che comprende  l’inconscio e il preconscio freudiani, l’inconscio collettivo junghiano e il suo co-inconscio, sostenendo la tesi che nella psicoterapia di gruppo è quest’ultimo l’ambito naturale di esplorazione.

Il concetto di co-inconscio, proposto da Moreno già nel suo Manuale di Psicodramma vol. I (Moreno, 1985, p.194; e 1987, p.236[4]), è straordinariamente innovativo e realizza un vero “scarto” rispetto alla storia evolutiva dell’inconscio freudiano e in buona misura anche da quello junghiano. Infatti dell’inconscio Moreno mette a fuoco l’aspetto co-costruito, in sostanza quello che l’attuale psicoanalisi considera centrale nel meccanismo di formazione dell’inconscio, arcaico e attuale.

Teoria psicoanalitica e teoria psicodrammatica si trovano oggi sotto questo aspetto molto più vicine di quando Moreno aveva introdotto tale concetto (De Leonardis, 2006). E vicini sono anche i loro processi terapeutici, perché il qui e ora psicodrammatico moreniano è stato recentemente affiancato dal qui e ora del processo psicoanalitico, allorché quest’ultimo concepisce, appunto, la co-esplorazione del mondo interno del paziente come una ri-costruzione narrativa fatta insieme al terapeuta e co-creata nel rispetto del progetto esistenziale della persona.

Malgrado molti luoghi comuni che ancora circolano in ambiente psicodrammatico, mi sembra pienamente giustificato e coerente considerare i territori inconsci del mondo interno di una persona e le dinamiche inconsce del gruppo psicodrammatico come spazi privilegiati da co-esplorare, co-vivere, co-narrare (co-rappresentare) e quindi co-costruire nel qui e ora della clinica psicodrammatica, di gruppo o individuale.

Un pensiero su teorie e prassi psicoterapeutiche

Tutte le teorie psicologiche, comprese quelle più pragmatiche, hanno una propria teoria evolutiva che ne costituisce uno dei fondamenti. Ogni azione psicoterapeutica si incardina su una teoria evolutiva di riferimento, eppure anche questa non sembra fondamentale per l’efficacia dell’intervento psicoterapeutico, essendosi dimostrato che orientamenti psicoterapeutici differenti, che fanno riferimento a teorie evolutive differenti, possono avere efficacia sovrapponibile (Cristini, 2012). 

Ad esempio in ambito psicodinamico – senza voler andare a rivangare vecchi riferimenti – si sono a lungo fronteggiate la cosiddetta teoria del conflitto pulsionale e la teoria del deficit di adattamento nella relazione bambino-caregiver. Oggi la questione è semplicemente superata, in quanto è ragionevole pensare che in psicopatologia giochino ruoli importanti sia l’influenza negativa di carenze primarie sia la configurazione di conflitti intrapsichici inconsci. Tuttavia, benché entrambe le prospettive siano presenti nella considerazione di ogni terapeuta, le convinzioni personali e le modalità di intervento adottate possono influenzarlo a propendere più frequentemente verso l’una o l’altra teoria.

Con questa affermazione un po’ semplicistica desidero appoggiare l’idea che in psicologia non esistano davvero teorie alternative. Nel comportamentismo, la teoria del conflitto pulsionale occupa una parte importante, e la psicologia cognitivista include una significativa teoria della dissonanza cognitiva.

Ciò avviene anche in psicodramma, sia per quanto attiene l’attenzione di lettura da parte del terapeuta delle varie modalità di funzionamento del paziente in contesti e condizioni differenti, sia dal punto di vista metodologico, ad esempio nella scelta di stimoli diversi da fornire al protagonista per aiutarlo a esplorare un tema, un problema, un aspetto del suo mondo interno e i modi del suo funzionamento.

In generale, è chiaro che le “indicazioni terapeutiche” ad un certo tipo di psicoterapia rispetto ad un altro tipo hanno un senso che non sto qui a puntualizzare. Tuttavia la specificità degli orientamenti psicoterapeutici ha perso un po’ della sua importanza a seguito del fatto che numerose ricerche sull’esito in ambito psicoterapeutico negli ultimi anni hanno valorizzato in maniera preponderante i fattori psicoterapeutici comuni, in particolare il fattore “relazione paziente-terapeuta” (Roth e Fonagy, 1997).

Questo fenomeno è più comprensibile se, come sopra accennato, si guarda alla psicoterapia come a una co-esplorazione, co-esperienza, co-lettura e co-costruzione di senso: concetti, tutti, che fanno diretto riferimento a funzioni psicologiche attivabili in ambito psicoterapeutico. Chiamerò tali funzioni direttamente funzioni psicoterapeutiche.

Fattori psicoterapeutici e funzioni psicoterapeutiche 

In psicoterapia si suole parlare più frequentemente di fattori psicoterapeutici che di funzioni psicoterapeutiche. C’è una notevole differenza fra i due concetti.

Notoriamente i fattori psicoterapeutici vengono suddivisi in due categorie: a) fattori comuni a tutte le psicoterapie e b) fattori specifici di ciascun orientamento psicoterapeutico (Dazzi, Lingardi, Colli, 2006).

Fra i fattori comuni a tutte le forme di psicoterapia vengono spesso elencati: 1) l’esperienza affettiva positiva che una buona relazione psicoterapeutica fornisce; 2) una riorganizzazione cognitiva; 3) una regolazione del comportamento; 4) una coerente teoria psicologica e metodologia di riferimento.

Fra i fattori specifici della psicoanalisi si trovano: 1) l’esplorazione sistematica delle istanze inconsce (transferali, conflittuali ecc.) che condizionano il comportamento e le relazioni; 2) il rafforzamento dell’Io e delle sue funzioni. 3) l’attivazione della capacità di elaborazione simbolica; 4) l’ampliamento della riflessività e della coscienza.

Fra i principali fattori specifici in psicoterapia psicodrammatica vengono di solito citati: 1) lo sviluppo della spontaneità–creatività e la rottura dei copioni comportamentali; 2) l’esplorazione delle emozioni e dei conflitti intrapsichici; 3) l’esperienza di gruppo positivo; 3) la sperimentazione attiva di ruoli nuovi attraverso il gioco teatrale; 5) la relazione telica libera da transfert (incontro intersoggettivo). Per un’esposizione circostanziata di questi fattori rimando al già citato libro di Giovanni Boria Psicoterapia psicodrammatica (Boria, 2005).

In breve, i fattori psicoterapeutici specifici di un orientamento rimandano a specifici obiettivi e a specifici metodi o tecniche di intervento, rispetto ai quali vengono definite le indicazioni cliniche. Le funzioni psicoterapeutiche, il cui esame privilegio in questo scritto, si collocano invece in una categoria concettuale più a monte rispetto ai fattori psicoterapeutici. Esse si riferiscono ai processi mentali, o meccanismi mentali, che si presume vengano attivati dai fattori psicoterapeutici sia comuni che specifici riferibili ai diversi orientamenti.

Cosa si intende per funzione psicoterapeutica?

Per “funzione psicoterapeutica” intendo un particolare processo mentale attivato nel paziente nell’ambito di una determinata metodologia di intervento, di cui il terapeuta è con-partecipe.

Non intendo privilegiare il concetto di funzione all’interno di una concezione funzionalistica, neppure neo-funzionalistica, cioè di quelle correnti psicologiche che leggono la persona con un insieme organico e organizzato di funzioni attive su diversi piani funzionali (emotivo, cognitivo/simbolico, fisiologico, corporeo ovvero posturale-muscolare)[5] e concepiscono il Sé come l’organizzatore di tali funzioni.

L’idea di identità funzionale fra psiche e soma, che è uno dei cardini del neo-funzionalismo, è condivisa in ambito psicodrammatico (Boria, 1997; 2005). Personalmente mi sento di inquadrare il mio pensiero, più che nell’ambito del neo-funzionalismo, nell’area della teoria generale dei sistemi (Bertalanffy,1968) e della complessità (Bocchi e Ceruti,1985) e della terapia sistemica (Beebe e Lachmann, 2002).

Così sono portata a ritenere che il corpo partecipi non solo all’espressione di tutti i processi, o funzioni mentali, ma anche alla loro attivazione e retroazione. La sensorialità, ad esempio, è strettamente connessa all’emotività, ma anche alla modalità di conoscere e alla coscienza, sia nel senso che influenza tali funzioni sia che ne è influenzata. Sulla stessa linea, tendo a condividere il concetto di unità funzionale individuo-ambiente, cioè a considerarli, e a osservarli, come sistema dinamico.

Come ho cercato di illustrare nel mio articolo su una possibile teoria della motivazione in psicodramma (De Leonardis, 2012), l’individuo può ben essere concepito come un sistema dinamico non lineare aperto. Tuttavia – anche se è difficile stabilire misure e confini – non è possibile farsi un’idea di un individuo senza fare ricorso al concetto di struttura (un sistema dinamico in cui sono in gioco anche parti meno mutevoli o, meglio, dotate di una certa ricorrenza e stabilità).

A mio parere non è necessario concepire le funzioni vitali dell’individuo come “integrate fin dall’inizio della sua esistenza fetale, sia pure destinate a complessificarsi sempre più per continue ibridazioni.” (Rispoli, 2004, pp. 50-53). Sia che tali funzioni siano integrate o non integrate (come avviene ad esempio nel processo di formazione di “nuclei psicotici” o di deviazione somatiche[6]), possiamo immaginare l’individuo come un sistema complesso- inclusivo dei suoi conflitti, delle sue carenze, delle sue incongruenze e degli ambienti in cui si è trovato a svilupparsi – e il suo divenire come un progetto di soggettivizzazione[7] in un processo di co-creazione.

Cercherò di dare una descrizione sommaria di ciascuna delle funzioni psicoterapeutiche significativamente attivate nel processo psicodrammatico. Potrò poi leggere in tale chiave una sessione–tipo di psicodramma nelle varie fasi che la compongono. Questo potrà aiutare a comprendere lo psicodramma come processo psicoterapeutico ovvero processo che attiva il cambiamento.

Lo stato di spontaneità-creatività e le funzioni psicoterapeutiche

Come già sottolineato, la condizione di spontaneità, o stato mentale spontaneo-creativo, è considerato da Moreno essenziale nel processo di cambiamento. Nel lungo saggio dedicato al tema (Moreno, 1946-80, pp. 113-218), Moreno specifica con chiarezza che non considera la spontaneità un tipo particolare di energia ma uno stato o condizione mentale in cui l’individuo ha il massimo accesso alle proprie risorse intellettive e comportamentali, alle sue competenze relazionali, alla sua capacità inventiva e creativa.

Lo stato mentale di spontaneità rende il corpo più agile e pronto, attiva le facoltà sensoriali, acuisce l’intuizione e la capacità di connessioni mentali, facilita il configurarsi in ruoli delle relazioni interpersonali nel corso dell’azione psicodrammatica, favorisce la percezione e l’accoglienza dei propri bisogni, rende più aperti e disponibili al nuovo.

In breve, nell’ambito di questo nostro contesto di riflessione, possiamo dire che lo stato di spontaneità favorisce il fluido attivarsi di tutte le funzioni psicoterapeutiche.

Aggiungo che la condizione di base che differenzia lo psicodramma da altre metodiche di intervento, in specie verbali, è il passaggio continuo – non solo del protagonista ma di tutto il gruppo, direttore compreso, che partecipa alla sessione psicodrammatica –  dalla posizione attiva alla posizione riflessiva e viceversa: un movimento che è di per sé psicoterapeutico se sostenuto da un adeguato stato di spontaneità. Ma questo si vedrà meglio nel considerare le singole funzioni psicoterapeutiche.

Le principali funzioni psicoterapeutiche attivate in psicodramma

 Le principali funzioni psicoterapeutiche coinvolte nei processi di co-esplorazione, co-esperienza, co-lettura e co-costruzione di senso che prenderò in considerazione sono:

– la funzione senso-motoria,
– la funzione espressiva-catartica,
– la funzione simbolica,
– la funzione esperienziale,
– la funzione analitica,
– la funzione riflessiva-empatica,
– la funzione cognitiva-coscienziale.

Ovviamente le funzioni mentali che possono essere impegnate in un processo psicoterapeutico sono numerosissime. Questo avviene in qualsiasi psicoterapia e in psicodramma in particolare, per la pluralità dei piani relazionali messi in gioco (gestuali, verbali, sensoriali ecc.) e per il suo carattere olistico[8] . Mi sono focalizzata sulle funzioni psicoterapeutiche elencate sopra per delimitare il campo in esame e perché, in un certo senso, esse sono inclusive di numerose altre funzioni psicoterapeutiche, comprese quelle attivate dal gruppo e quelle attivate in giochi interpersonali coinvolgenti il sistema mente-corpo.

Un chiarimento preliminare va fatto riguardo alla funzione che ho denominato riflessiva-empatica. Essa non è qui intesa come facoltà del terapeuta di sintonizzarsi emotivamente con il paziente – che naturalmente ha un’importanza centrale in psicoterapia – ma come funzione attivata nel paziente e condivisa dal terapeuta a percepire sentimenti, credenze, emozioni, intenzioni propri e di altri e a “leggere” la mente delle persone. Inoltre, una breve considerazione a parte meritano anche le funzioni psicologiche di cui si parla correntemente nella nostra cerchia psicodrammatica, e che ho qui incluso nell’ambito della funzione riflessiva-empatica. Si tratta delle funzioni di doppio, di specchio e di inversione di ruolo, distintamente dalle omonime tecniche cui esse fanno capo[9], alle quali Luigi Dotti ha aggiunto quella molto importante del rispecchiamento (Dotti, 2002)[10]. Ho incluso queste funzioni in quella che sopra ho chiamato funzione riflessiva-empatica, in quando esse fanno parte intrinseca dello scambio relazionale che – nella ricerca di Fonagy e Target (Fonagy e Target, 2001; 2002) – a partire dalle prime interazioni tra neonato e caregiver forma in quest’ultimo la capacità di rappresentazione dei propri stati interni e di quelli dell’altro, denominata mentalizzazione.

La funzione senso-motoria

Anche se trasversale alla funzione espressiva e alla funzione coscienziale, considero quella senso-motoria come una funzione psicoterapeutica a se stante perché è quella che segna la vera differenza fra le psicoterapie verbali e le psicoterapie attive, di cui lo psicodramma è il rappresentante più articolato e completo.

E’ vero che l’aspetto corporeo è stato da almeno un ventennio rivalutato e considerato in modo articolato e approfondito anche in ambito psicoanalitico[11]. Ma è vero anche che l’attivazione corporea, che è fisica e sensoriale a un tempo, è intrinseca al teatro e al metodo psicodrammatico. Agire, innanzitutto, e contemporaneamente vedere, sentire, toccare e, per allucinazione proiettiva, gustare e odorare fanno parte integrante della magia del teatro. E di converso, tradurre le sensazioni propriocettive – dalle spinte pulsionali alle emozioni e ai sentimenti – in espressione fisica è un’arte teatrale che lo psicodramma coltiva.

Lo psicodramma è tipicamente definito un metodo d’azione. Ma occorre separare l’azione o più genericamente la fisicità dalla sensorialità, anche se entrambe attengono al corporeo.

La fisicità, il movimento e l’azione

Con il termine “fisico” non mi riferisco solo al corpo e al suo movimento, ma richiamo anche quello che viene comunemente inteso come “sé fisico” o “senso di sé come agente fisico” (illustrato in Fonagy et. all, 2001, pp. 156-181), nel quale sono inclusi sia la corporeità sia l’azione, cioè sia lo schema o immagine corporea, sia il movimento del corpo, che può essere connesso a diversi gradi di intenzionalità.

Si può credere o meno alla concezione freudiana (e alle argomentazioni degli studiosi che l’hanno successivamente sviluppata[12]) che assegna alle spinte pulsionali, con preminenza di quella sessuale, un ruolo guida nelle espressioni corporee, e attribuisce alla loro inibizione o dinamica conflittuale un effetto di conversione in sintomi psicosomatici. In ogni caso il rapporto mente-corpo occupa un posto di rilievo in molte branche psicologiche e soprattutto in psicopatologia.

In ambito clinico alcune discipline sviluppatesi dalla metà del secolo scorso hanno by-passato il problema del dualismo mente-corpo affermandone l’unità funzionale inscindibile, e hanno messo a punto metodi per studiare la personalità e modificare l’attività psichica attraverso posture, movimento e relazioni corporee, unite o meno a pratiche mentali. Tali sono la psicomotricità, la bioenergetica, il training autogeno, e, sotto certi aspetti, lo psicodramma.

La moderna psicosomatica (Porcelli, 2009) ha le sue radici, per parte medica negli studi sullo stress di Hans Selye a partire dagli anni ‘30[13], e per parte psicologica da quelli dei cognitivisti Lazarus e Folkman[14], che si sono concentrati sulle strategie di coping (Pancheri, 1993)[15]. Più recentemente ancora le connessioni mente-corpo sono state oggetto di nuovi studi scientifici, oltre che psicologici e filosofici, che però hanno deviato sostanzialmente, attraverso la neurobiologia, verso l’analisi del rapporto mente-cervello, che in effetti è ambito di studio ben diverso.

In psicodramma è condivisa la concezione di un sistema mente-corpo: un sistema a due vie, cioè attivabile con partenza sia dal corpo sia dalla mente. L’insieme mente-corpo reagisce nella sua interezza a stimoli di qualsiasi tipo – ambientali, propriocettivi o viscerali. E’ fin troppo ovvio dire che disturbi nell’immagine corporea possono colpire singoli organi o funzioni, che vengono investiti di significati simbolici, così come stress e disturbi mentali possono manifestarsi in disfunzioni organiche.  Ugualmente, stati di malattia organica, così come eventi traumatici o condizioni di vita difficili, possono avere profonda influenza psichica, innestando seri processi psicopatologici.

Ciò che contraddistingue lo psicodramma è l’importanza assegnata al movimento del corpo, quindi all’atto come “organizzatore psicologico” in quanto organizzatore di ruoli.

Nella teoria moreniana l’azione esprime l’aspetto pulsionale della teoria stessa, attraverso il concetto, del tutto originale, di “fame d’azione”, che segue un destino trasformativo nel corso dello sviluppo del bambino, passando da espressione percettivo-motoria a fame di relazione, a fame d’esserci, fino a porsi alla base del bisogno profondamente creativo di Altro e di Nuovo che caratterizza la specie umana (De Leonardis, 1994;1999; 2011).

L’azione diventa dunque in psicodramma un formidabile strumento di intervento psicologico.

La sensorialità

La sensorialità è strettamente connessa al movimento corporeo. Secondo recenti esperienze (esposte in Fonagy et. all, 2001, pp.159-160) il neonato possiede un modulo innato per connettere le proprie risposte motorie e gli stimoli sensoriali, attribuendo loro un “grado di contingenza” che, all’inizio possibile solo fra congruenze perfette, diventa rapidamente più flessibile e ampio. Entro i 6 mesi di vita, il bambino riesce così a rappresentarsi il proprio sé corporeo come oggetto differenziato nello spazio, ed entro i 8-9 mesi a differenziare gli scopi e i mezzi per raggiungere tali scopi.

L’attivazione sensoriale in psicodramma segue le leggi del teatro ed è direttamente legata all’immaginazione da un lato e al potenziale simbolico dall’altro. Si potrebbe dire che essa fa penetrare il corpo nei regni dell’inconscio, usando immaginazione e simboli come ponti. Immaginazione e simboli non solo connettono l’inconscio con la consapevolezza e la realtà, ma sono dei veri e propri organizzatori del “discorso inconscio” nella realtà (l’arte ne è il paradigma). Sulla scena psicodrammatica, l’attivazione sensoriale assolve esattamente questa funzione.

Molti teatri di psicodramma oggi cercano di arricchire, quando possibile, l’attivazione sensoriale attraverso l’uso di luci, suddivisione particolare di spazi ecc. Si dice che questi ausili sono facilitanti, ed è vero, ma non sono indispensabili. Se gli ausili per l’attivazione sensoriale sono scarsi o inesistenti, lo psicodrammatista punta ad attivare maggiormente l’immaginazione e la valenza simbolica di oggetti molto comuni, come sedie e tavoli. Ciò che si perde in verosimiglianza si recupera attraverso quella che Jung ha chiamato immaginazione attiva[16] e Arnheim immaginazione creatrice[17]. L’obiettivo è sempre la “personalizzazione” delle emozioni attraverso la messa in scena, cioè attraverso l’esperienza.

Vedere gli esiti di un incidente stradale ha spesso molta più efficacia coscienziale di innumerevoli lezioni sulla sicurezza stradale. Ascoltare da un emigrante l’esperienza traumatica del suo viaggio via mare attiva molte più connessioni mentali e produce una conoscenza dall’interno molto diversa da quella di un trattato sull’argomento. Molti film sulle deportazioni naziste fanno capire più a fondo di qualsiasi trattato storico l’orrore di quella ideologia. Incrociare un mendicante per strada attiva emozioni, riflessioni, conoscenze pregresse, e su queste basi diamo o non diamo una moneta. Se vedessimo come in un filmato il suo ambiente, probabilmente ci guarderemmo bene dal dargli una moneta (es., la tratta degli schiavi oppure l’imbroglio istituzionalizzato), ma comunque lo faremmo non solo con molta più coscienza sociale ma anche con molta più consapevolezza emotiva.

La consapevolezza e la conoscenza si fondano per grande parte su elementi biologici o dati storici, ma per “capire veramente” bisogna che entrino in gioco i sensi. Si tratta di un “capire dall’interno”, perché coinvolge processi di immedesimazione e di identificazione che sono una componente importante della conoscenza.

Sensazioni ed emozioni sono strettamente connessi (Damasio, 2003). Il loro legame funzionale sono le rappresentazioni mentali, che possono essere consce e inconsce. L’attivazione emotiva passa comunemente attraverso la sensorialità. In psicoterapia verbale essa è mediata dalla condizione della narrazione, che nella comunicazione con il terapeuta diventa ambito di testimonianza e quindi possibilità di riconoscimento di sé e dei propri contenuti affettivi per effetto specchio. In psicoterapia attiva (specie psicodrammatica) la sensorialità non è mediata, è diretta. Le afferenze sensoriali, anche quelle che riguardano le parole (le proprie battute e le battute degli ausiliari, i rimandi e gli stimoli del terapeuta, le verbalizzazioni circolari del gruppo ecc.), sono reali, come le emozioni che le generano o che da esse sono generate.

La concretizzazione scenica coinvolge i cinque sensi ma anche il senso del movimento, la percezione della distanza e della vicinanza, e il senso del tempo, che – quando esteso in ore, giorni e anni – viene tradotto in spazio. Essa comporta l’attivazione di tutta la gamma delle sensazioni propriocettive (muscolo-scheletriche) e viscerali (quelle che fanno capo al neurovegetativo) legate a situazioni particolari.

Come ho accennato sopra, l’attivazione sensoriale ha un effetto diretto sulle emozioni e sull’espressione emotiva, come pure sulla funzione coscienziale. Essa ha tuttavia una collocazione propria fra le funzioni psicoterapeutiche. Si situa sul confine mente-corpo (che è anche ma non solo l’Io-pelle di Anzieu, 1985). La sua collocazione fra le funzioni psicoterapeutiche poggia sull’assunto che la quantità e la qualità dell’attivazione sensoriale esercitino in psicodramma un proprio effetto nel promuovere il cambiamento.

La funzione espressiva-catartica

L’espressione delle emozioni è considerata da molti approcci psicoterapeutici non solo una funzione intrinseca al processo psicoterapeutico ma, spesso, lo starter del processo stesso

L’effetto curativo dell’espressione delle emozioni, rilevato dalle più antiche medicine tradizionali, fu alla base della stessa esperienza psicoanalitica di Freud, che lo chiamò effetto catartico. E’ ben noto l’arretramento di Freud rispetto alla catarsi, che attraverso l’ipnosi ne aveva sperimentata la capacità di alleviare sintomi nevrotici disturbanti, perché a suo avviso rallentava il processo coscienziale e di riconoscimento dei conflitti inconsci.

Il dirsi, l’esprimere i propri stati mentali, pensieri, intenti, cognizioni, desideri e, naturalmente, le proprie emozioni ha un effetto liberatorio comunemente riconosciuto in qualsiasi situazione anche lievemente critica, ad esempio una temporanea malattia organica o una situazione relazionale con risvolti conflittuali.

L’effetto liberatorio dell’esprimersi ha sempre bisogno della presenza e interazione con qualcuno cui l’espressione sia diretta. Anche in ambito psicoterapeutico la potenzialità curativa dell’esprimersi ha bisogno, per espletarsi, di qualcuno che accolga, ascolti, recepisca e “testimoni” tale espressione: lo psicoterapeuta, il gruppo di psicoterapia. Quindi l’esprimersi è terapeutico quando è comunicazione.

Le terapie espressive perseguono l’espressione massima delle emozioni, attorno alle quali i conflitti intrapsichici si cristallizzano, condizionando pensieri, sentimenti, cognizioni, intenzioni. In particolare la moderna Emotional Focused Therapy pone la riattivazione e l’esplorazione delle emozioni al centro del processo di cambiamento, in quanto, secondo Leslie Greenberg cui si devono i principali sviluppi di tale terapia, risperimentare le emozioni “critiche” consente una loro positiva integrazione nella memoria autobiografica del paziente (Greenberg, L.S., Rice L.N., Elliott R. (2004)[18].

Lo psicodramma notoriamente persegue, come parte del processo attivato in ciascuna sessione, l’espressione massima dell’emozione, fino al fenomeno dell’abreazione catartica, cioè il wash out della tensione emotiva con effetto di svuotamento e pulizia interiore.

Al contrario della metodologia psicoanalitica, in psicodramma la catarsi abreativa è considerata un evento importante: non necessario né tantomeno indispensabile, ma molto positivo, perché instaura, rispetto a una problematica conflittuale portata in scena, una condizione emotiva “pulita” e promuove lo stato mentale chiamato di spontaneità-creatività, estremamente favorevole nelle successive fasi del processo di esplorazione psicodrammatica.

Tutti gli psicodrammatisti usano frequentemente tecniche specifiche per individuare le emozioni principali che spesso sorgono sotto forma di un fascio intricato nella rappresentazione di un conflitto, o per differenziare e riconoscere quelle che appaiono confuse in una condizione interiore di ambivalenza.

In psicodramma le emozioni vengono spesso personificate in scena e così messe in relazione fra loro, con il protagonista stesso e/o con i suoi Altri significativi, pure in scena. L’uso di queste tecniche, e di altre come l’amplificazione, facilita non solo il riconoscere le emozioni in gioco in una data scena e il dare loro un nome, ma aiuta a sentirne la forza e a confrontarcisi, giungendo spesso in tal modo a un acme emotivo e, a volte, alla catarsi abreativa.

Tuttavia la funzione espressiva in psicodramma non si esaurisce nella fase catartica. Essa viene più volte attivata nel processo psicodrammatico, in momenti diversi e con modalità diverse, costituendo un filo conduttore di tutta la sessione.

La funzione simbolica

 In psicologia non si può parlare di simboli e di funzione simbolica senza fare riferimento a Carl Gustav Jung, che ne ha fatto il centro del suo lavoro a partire dal 1912, data che segna l’inizio della sua separazione da Freud (Jung, 1970 e 1977).

Freud concepisce il simbolo come la traduzione di un’immagine in un’altra; più specificamente come la trasformazione di un contenuto inconscio rimosso, quindi fonte di potenziali conflitti intrapsichici, percepiti come “pericolosi”, in un’immagine accessibile dello stesso contenuto e soddisfacente dal punto di vista libidico. Per Freud, solo ciò che è rimosso viene simboleggiato, e solo se è un rimosso portatore di un investimento affettivo.

Per Jung il simbolo è molto di più. Esso è il punto di incontro fra l’esperienza individuale e la conoscenza dell’esperienza stessa, esso esprime il senso universale di un’esperienza particolare.  

Tenendo conto che per Jung l’inconscio non è solo il deposito di dati di esperienza rimossi ma è soprattutto il contenitore di forme archetipiche ereditarie comuni a tutti gli uomini (per questo è chiamato inconscio collettivo), si comprende come il simbolo venga considerato il tramite tra inconscio e coscienza. La sua funzione è quella di organizzare le esperienze individuali in riferimento ai contenuti mentali archetipici e di presiedere al processo di individuazione, cioè di realizzazione del progetto esistenziale proprio di ciascun individuo. Il simbolo diventa quindi anche il punto di incontro fra inconscio individuale e inconscio collettivo.Anche per Jung l’inconscio si rivela attraverso simboli e metafore, e attraverso i sogni, la cui significatività è data dalle emozioni che li accompagnano e dalla loro intensità. Ma il simbolo crea soprattutto nuove connessioni fra dati di coscienza, dando origine a nuove dinamiche mentali. Esso consente così la trasformazione evolutiva di alcune funzioni psichiche.

L’elaborazione di Jung sul simbolo e sugli archetipi si intreccia in modo molto interessante con il lavoro effettuato sul simbolo e sulla metafora dall’inizio del secolo scorso in ambito linguistico[19], con ampia estensione in ambito filosofico[20] e antropologico[21].

In linea generale ricordo che in ambito linguistico il simbolo (dal greco syn-ballo: raccolgo insieme) è inteso come una forma che, attraverso un significante (forma espressiva, immagine: es. la fiamma), riunisce molti possibili significati (contenuti o “nuclei di comprensione”: es. il focolare domestico o il fuoco della passione). Il simbolo incarna tali significati.

Anche in linguistica il simbolo concentra dunque molti concetti in un’unica immagine[22] e conferisce a un’entità particolare un valore di universalità. Esso consente la trasposizione di significati da un contenuto a un altro, facendo emergere insiemi diversi di emozioni. Ciò avviene anche attraverso forme complesse come la metafora, l’allegoria, il mito, la fiaba, la parabola e tutte le forme di rappresentazione artistica.

Centrale è però il concetto che il simbolo – per esercitare la sua funzione di dispensatore di significati e attivatore di emozioni, e quindi per essere comunicativo e consentire all’individuo di creare senso –  deve essere contestualizzato. A produrre senso sono il contesto in cui il simbolo viene inserito e le emozioni che in quel contesto il simbolo attiva.

Lo psicodramma offre al simbolo, e alle sue forme più complesse (metafore, miti, riti, sogni), la possibilità di una contestualizzazione precisa e concreta sulla scena. E viceversa, consente di tradurre, o rappresentare, in termini simbolici i contenuti interni, le tensioni, gli stati emotivi, i conflitti intrapsichici. Per questo in psicodramma la funzione simbolica è una funzione psicoterapeutica non in senso generico ma in modo metodologicamente specifico. Lo psicodramma è rappresentazione simbolica ed è realizzazione simbolica (si veda il successivo paragrafo sulla funzione esperienziale).

In ambito psicodrammatico la funzione simbolica viene assolta per molta parte in forma iconica, di concretizzazione scenica: una forma di rappresentazione mentale più arcaica di quella verbale. Per molta parte, non certo esclusivamente. Infatti le verbalizzazioni riflessive (soliloqui compresi) che intercalano di continuo il processo di rappresentazione psicodrammatica assolvono alla funzione simbolica in termini appunto verbali, così come avviene in altre forme verbali di psicoterapia.

La rappresentazione iconica offre una vasta gamma di strumenti esplorativi di contenuti interni, stati d’animo e situazioni relazionali complessi e spesso conflittuali. Personificare in scena gli Altri significativi della propria vita, così come concretizzare elementi astratti (emozioni, sentimenti, idee cognizioni…) attraverso la scelta di oggetti simbolici, porta a distinguere in modo chiaro le diverse parti che compongono specifici contenuti interni anche di elevata complessità. L’azione psicodrammatica consente poi di mettere tali parti o ruoli in relazione fra loro, trasformando la descrizione iconica statica in un processo dinamico simbolicamente significativo.

In psicodramma, come in teatro, la rappresentazione simbolica prende significato attraverso due contesti di riferimento: quello intrapsichico, portato in scena dal protagonista, e quello relazionale, di cui il gruppo è referente. La condivisione dei significati prodotti attraverso la funzione simbolica contestualizzata crea connessioni di senso co-costruite in ambito gruppale e/o fra terapeuta e cliente. La testimonianza della condivisione è data dalla cooperazione coerente degli ausiliari e dall’attenzione partecipe dell’uditorio, ed è coronata dalla partecipazione verbale che sempre conclude un percorso psicodrammatico.   

La funzione esperienziale

Della funzione esperienziale voglio considerare qui tre aspetti particolarmente rilevanti in psicodramma – l’esperienza emozionale correttiva, la realizzazione simbolica e l’incontro come modello relazionale – tra i quali ritengo l’ultimo il meno connesso alle tecniche ma non il meno importante.

L’esperienza emozionale correttiva

L’esperienza emozionale correttiva –  nel senso dato a questo processo psicoterapeutico da Alexander nel suo famoso saggio del 1946 (Alexander, 1946), allora sconfessato dalla psiconalisi ufficiale ma le cui tesi di fondo sono state riprese da Ferenczi, Balint, Fairbairn e Kohut, e che oggi sta vivendo una nuova stagione di favore – consiste nell’attivazione di una funzione correttiva o riparativa di esperienze relazionali arcaiche deficitarie o distorte (su concezioni analoghe è impostata, sia pure usando modalità molto differenti, l’Emotional Focused Therapy citata sopra, nel paragrafo sulla funzione  espressiva /catartica) .

In psicologia dinamica – setting nel quale gli autori citati hanno individuato l’efficacia terapeutica della funzione esperienziale – tale funzione si espleta attraverso la creazione di un rapporto di sintonia comunicativa ed affettiva, una relazione interpersonale di fiducia, affidamento e confidenza di ciascun paziente con il terapeuta. Un rapporto in cui il paziente trova le sue proprie potenzialità e i suoi limiti, senza per questo sentirsi inefficace ed esposto alla solitudine e all’abbandono, mentre scopre anche le potenzialità e i limiti del terapeuta e li vive come modello esistenziale possibile, evolutivamente ricco a suo modo e nella sua specificità in ogni percorso individuale

Anche in psicodramma la funzione esperienziale si realizza attraverso l’espressione delle emozioni e la creazione di rapporti intersoggettivi riparativi e ricostruttivi con il gruppo e con il terapeuta.

Il rapporto intersoggettivo che la metodologia psicodrammatica persegue (De Leonardis, 1994 e 2012; Greco, 2009) offre un modello interpersonale di reciproco riconoscimento, rispetto e comprensione, in cui ciascun soggetto della relazione, non solo mantiene ben salda la propria posizione psicologica e la propria individuazione, ma diventa nutrimento di conoscenza per l’altro, riuscendo, come dice Moreno, nel caso dell’incontro telico, a scambiarsi gli occhi e il cuore.

La funzione esperienziale si espleta attraverso tale modello di rapporto, che anch’esso comprende limiti e potenzialità individuali, e che nella sicurezza e nell’affetto che produce diventa riparativa e generativa di modalità evolutive di relazione.

La realizzazione simbolica

In psicodramma la funzione esperienziale ha però anche una sua particolare declinazione nel qui ed ora dei processi rappresentazionali psicodrammatici. Esperire ed esplorare i ruoli interpersonali, portati in scena nella dinamica relazionale, attiva la funzione esperienziale nella sua forma più diretta. In psicodramma non si tratta solo di un ri-vivere esperienze simbolicamente significative ma anche di ri-solverle (da solvo: sciolgo) attraverso esperienze immaginate ex novo e realizzate in scena in forma compatibile con le condizioni di realtà vissute, e patite, dal protagonista.

Niente di più distante, quindi, dall’ipotesi a volte avanzata da parte di psicodrammatisti psicoanalitici secondo la quale le cosiddette “scene del desiderio o in plusrealtà” dello psicodramma moreniano possono essere lette come fuga dalla realtà, o rimozione della realtà, nella quale, secondo la lezione freudiana, avviene una sostituzione, che implica negazione delirante, di un evento troppo doloroso o traumatico con una credenza illusoria.

L’esperienza del rapporto “buono” con il terapeuta e con il gruppo si interseca con l’esperienza di realizzazione simbolica che la messa in scena offre rispetto ad antichi dolori e conflitti irrisolti. Si tratta di una riorganizzazione interna in cui l’attualizzazione autonarrativa creativa e l’affidamento relazionale costituiscono rispettivamente l’ordito e la trama.

Rispetto alla funzione psicoterapeutica della “realizzazione simbolica”[23], ricordo due fattori centrali: 1) la presa di distanza intrapsichica fra i vissuti delle esperienze pregresse reali e le esperienze possibili e 2) la creazione simbolica di un’esperienza in cui una parte di sé (nel ruolo creativamente trasformato di un altro significativo interiorizzato) si prende cura di un’altra parte di sé (di solito il bambino interiore, indifeso, ferito, incattivito, capriccioso…).

La funzione esperienziale – nella doppia accezione sopra descritta di relazione correttiva e di realizzazione simbolica – ha un ruolo centrale in ogni fase del processo psicodrammatico, sia specificamente gruppale sia nel lavoro con il protagonista.

L’incontro

L’incontro è un altro dei concetti chiave di Moreno, anticipatorio rispetto all’attuale enfasi posta da parte di molti approcci psicoterapeutici sulla relazione terapeuta-paziente e però tutt’oggi non pienamente compreso nella sua complessità. 

Ho accennato sopra all’esperienza del rapporto “buono” con il terapeuta e con il gruppo che il paziente fa nel corso della sessione psicodrammatica e di un percorso psicoterapeutico con psicodramma. Un rapporto “buono”, favorito dalle regole del gioco psicodrammatico (soprattutto la sospensione del giudizio e la valorizzazione della verità soggettiva) ma non solo: la bontà di tale rapporto sta nella sua intersoggettività, intesa come “modello di relazione” in cui la soggettività dell’altro è accolta come condizione relazionale di base, così come lo è la propria soggettività e la soggettività di quanti altri entrano nella relazione (De Leonardis, 1994 e 1999; Greco, 2009).

La soggettività dell’altro/degli altri è un paese sconosciuto per definizione, e la consapevolezza che esso resta tale anche quando familiarità o conoscenza di lunga data possono far supporre un territorio esistenziale comune, è il presupposto del modello di relazione intersoggettiva.

Dire che la soggettività dell’altro/degli altri è un paese sconosciuto significa sostanzialmente due cose: 1) che gli si dà credito di un processo interiore multiforme, complesso e dinamico, che possiamo eventualmente conoscere nelle sue linee generali (conoscenza e familiarità) ma che non è lecito (è ridicolo) cristallizzare nella forma di pre-concetti; 2) che l’accesso a questo paese sconosciuto costituisce innanzitutto contatto con qualcosa di nuovo e diverso da noi, e quindi con una potenziale fonte di conoscenza e occasione di cambiamento. Non significa, però, che nella percezione della soggettività dell’altro automaticamente lo si ami o se ne sia amati.

La percezione della soggettività dell’altro – di quello che l’altro è e che passa nella relazione accanto ad eventuali proiezioni transferali e se non soffocata da queste – Moreno la chiama tele (cfr. soprattutto Moreno e Moreno Toeman, 1995, pp.11-23), e come noto il tele può essere positivo, negativo o contrassegnato da indifferenza. L’esperienza dell’incontro, dice Moreno (ibidem), avviene in una situazione di tele positivo reciproco, in cui si arriva a guardare l’altro con i suoi occhi e ad essere guardati da lui con i nostri occhi. 

Nelle condizioni di realtà dei campi-profughi, delle classi scolastiche o delle case di rieducazione, Moreno cercava di far emergere nei gruppi le preferenze teliche (sociometria) e sulla loro base regolava l’organizzazione degli istituti. Ma presto Moreno si accorse che lo psicodramma favoriva le condizioni di tele reciproco positivo attraverso la possibilità di una maggiore accettazione e conoscenza reciproche.

Così, nel nostro vivere comune, la percezione telica è un’esperienza corrente, e certamente non ci condiziona all’amore del prossimo, ma frequentemente sperimentiamo spinte repulsive o stati di indifferenza. Invece il gruppo condotto con metodologia psicodrammatica favorisce la condizione di tele positivo reciproco.

Nella nostra quotidianità l’esperienza di tele positivo reciproco può essere un evento frequente in determinate condizioni (ad esempio fra due amanti), ma può verificarsi anche come evento estemporaneo o addirittura casuale fra persone che non si conoscono, molto ben descritto quest’ultimo da Daniel Stern in Il momento presente – In psicoterapia e nella vita quotidiana. Stern individua tre principali correlati neurali dell’intersoggettività che produce incontro: i neuroni specchio, gli oscillatori adattivi (deputati a una sorta di una sintonizzazione motoria) e la sintonizzazione affettiva. A proposito di quest’ultima, si tratta – dice Stern – di una “imitazione selettiva transmodale che si basa sulla percezione reciproca degli stati affettivi e delle intenzioni…Una delle implicazioni è l’idea di una mente intrinsecamente aperta all’intersoggettività e costruita in parte dall’interazione con le menti degli altri.”  (Stern, 2004, p.80[24]). 

L’approccio psicodrammatico al gruppo facilita l’incontro di tele positivo reciproco, ma quello che lo promuove è soprattutto il modello di relazione che il conduttore propone, innanzitutto con il suo esempio, ai membri del gruppo. E’ chiaro che il rapporto fra conduttore e membri del gruppo resta in una certa misura asimmetrico, per il ruolo “direttivo” che il conduttore riveste, per l’essere questi escluso dall’esplorazione dinamica del suo mondo interno, e infine per la responsabilità che il suo ruolo gli assegna di tutore delle regole del gioco e di garante di una armonioso e sano “ritorno alla realtà” dei membri del gruppo dopo il gioco psicodrammatico. E tuttavia in psicodramma il conduttore è il rappresentante primo di una concezione dell’uomo e del rapporto fra gli uomini che ha come suoi cardini la parità e il rispetto reciproco, nella consapevolezza delle differenze di ruolo, e la condivisione di tutti alla co-responsabilità e co-creatività  nei confronti del mondo e del suo divenire.

La funzione analitica

Moreno ebbe occasione di protestare contro l’avocazione esclusiva a sé, da parte della psicoanalisi,  della funzione analitica. Ricordo in Manuale di psicodramma, vol.1, una frase del tipo “Anche in psicodramma si fa analisi, anzi non se ne può fare a meno.” (purtroppo non riesco a ritrovare il riferimento di pagina). S tratta comunque di un concetto che, credo, quasi tutti gli psicodrammatisti che fanno psicoterapia psicodrammatica non abbiano difficoltà a fare proprio.

L’esplorazione dei fattori inconsci

Analisi non significa solo scomporre un insieme – una costellazione, un cluster – nelle parti che lo compongono analizzandone la consistenza e l’attività specifica. La funzione analitica si riferisce all’esplorazione dei fattori inconsci che compongono gli stati d’animo e condizionano i comportamenti. I sogni, gli atti mancati, le libere associazioni costituiscono la via regia psicoanalitica per tale esplorazione. L’interpretazione, diretta o indiretta, dello psicoanalista ne costituisce uno strumento fondamentale. In che modo e in che misura la funzione analitica è specificamente attivata in psicodramma?

Sogni, atti mancati, libere associazioni sono costantemente messi a fuoco e messi in gioco in psicodramma. La misura in cui ciò avviene dipende dalla disposizione analitica del direttore, che può orientare in modo più o meno accentuato le sue consegne a esplorare queste “terre di mezzo” o “territori franchi” dell’intrapsichico.

La connessione dei contenuti emersi dall’esplorazione di tali territori franchi con le vicende di vita, le esperienze pregresse, le interiorizzazioni significative del paziente e le sue proiezioni identificative, può realizzarsi, in psicodramma, con la realizzazione di scene di approfondimento a partire da vicende riattualizzate e rappresentate, oppure da stati d’animo concretizzati ed esplorati dinamicamente. Ciò di cui si deve dar conto, tuttavia, per valutare la funzione analitica attivata in psicodramma è lo strumento dell’interpretazione di cui il terapeuta, in ogni approccio psicoterapeutico, sembra essere il principale detentore.

Lo strumento interpretativo

Anche in psicoanalisi oggi l’interpretazione è un’operazione a due più che una molto ben dosata proposta riflessiva dell’analista per promuovere l’insight. E anche in questo approccio esistono psicoanalisti che la usano molto, in modo diretto, in fasi avanzate dell’analisi, e altri che la usano invece relativamente poco o quasi soltanto in forma indiretta.

Direi che in psicodramma l’interpretazione, anche indiretta, è ridotta veramente al minimo, o meglio: l’insight rispetto alle forze inconsce resta un obiettivo principale, ma l’interpretazione, ovvero lo stimolo ad associazioni significative fra comportamenti, motivazioni e forze interiori che li promuovono, passa quasi esclusivamente attraverso l’azione.

Di più, direi che nello scambio tra terapeuta e paziente rispetto all’esplorazione di tali territori inconsci o preconsci, il direttore di solito lascia molto o quasi tutto lo spazio al protagonista.

Anche in psicodramma esistono terapeuti molto differenti sotto questo punto di vista. Ad esempio alcuni direttori durante il lavoro con il protagonista usano intensamente la tecnica del doppio per orientare il paziente, nella dinamica della rappresentazione, a individuare stati d’animo anche contraddittori e ad associarli a situazioni di vita e a relazioni primarie fino ad allora rimaste in ombra.

Personalmente, probabilmente per tratti di carattere e disposizione al riserbo, cerco di limitare l’uso del doppio in modo orientativo, ma senza abdicare alla funzione analitica. Cerco di afferrare ogni riferimento significativo – anche espresso dal protagonista fra le righe o in modo implicito – per proporre al paziente evoluzioni di scene o di relazioni in scena in grado di attivare la funzione analitica.

Il termine “proporre” è centrale in psicodramma, se abbinato a una sincera intenzione di trovare insieme al paziente ciò che in quel momento va meglio per lui a scopo propriamente analitico. Se il terapeuta fa perno – anche inconsapevolmente (ma ogni buon terapeuta riduce al minimo l’inconsapevolezza ed esalta al massimo l’intuizione) –   sulla propria “autorevolezza psicologica” e quindi sul transfert (inevitabile) del paziente, il termine proporre perde molto del suo significato. Ne acquista invece uno estremamente importante se, come dicevo, l’intenzionalità del terapeuta è autenticamente duale. La metafora usata da sempre da Giovanni Boria (Boria, 1987), di “tirare il filo rosso dalla bocca del paziente nel corso del lavoro con il protagonista”, rende molto bene l’idea che il preconscio del paziente è pronto ad esprimersi nel modo più compatibile con l’inconscio in cui affonda le sue radici, e che il direttore ha il compito essenziale di facilitargli il compito.

Il dialogo Io-attore/Io-osservatore

Lo strumento centrale in psicodramma per attivare in modo non interpretativo la funzione analitica è comunque un altro: quello di tenere costantemente attivo il dialogo Io-attore/Io-osservatore durante tutto il lavoro con il protagonista.

Considero la flessibilità del dialogo Io-attore/Io-osservatore il segno più significativo di salute mentale.  

In situazioni di crisi, nell’incorrere di grandi emozioni, in casi di trauma, la funzione di Io-osservatore può arrivare ad essere sospesa del tutto, oppure a imporre la sua tirannia con pensieri ossessivi o costringendo la sensorialità e l’emotività entro confini radicalmente ristretti (anestesia mentale). Un Io-osservatore monopolizzato da interiorizzazioni autoritarie, ovvero da un Super-Io sempre severamente giudicante, e/o da un Ideale dell’Io frustrante e irraggiungibile, cristallizza il dialogo con il proprio Io-attore in modalità interdipendenti, inerti e improduttive.

E ancora, un Io-osservatore latitante, cioè che tende a voltare la faccia alle esperienze del proprio Io-attore, a non dargli specchi adeguati (e neppure inadeguati, negativi o giudicanti), impedisce alla base il dialogo Io-attore/Io-osservatore, che viene spesso sostituito, nella scena psicodrammatica, da uno strano “balletto” dell’Io-attore che mima un Io-osservatore razionalizzante ed ecolalico. Al contrario, se l’Io-osservatore è formato da interiorizzazioni aperte, ben disposte e costruttive, stabilisce con il proprio Io-attore un rapporto di cooperazione, di specchio sincero ma anche di aiuto e di sostegno. Il dialogo fra Io-attore e Io-osservatore diventa fluido e ricco, il Sé non è mai solo perché è esso stesso un dialogo[25].   

Penso che il dialogo Io-attore/Io-osservatore concretizzi nella maniera più pura e diretta la funzione analitica in psicodramma. Esso viene attivato in ogni parte della sessione psicodrammatica (anche nel riscaldamento, ogni fase di gioco interpersonale viene intercalata da verbalizzazioni di gruppo); in ogni caso trova costante realizzazione in ciascun passaggio del lavoro con il protagonista.

Ogni volta che si chiede un soliloquio al protagonista (di solito dopo l’emergere di una emozione particolare durante una scena) viene attivato l’Io-osservatore, che della funzione analitica è la voce primaria. Ma è soprattutto attraverso la concretizzazione del suo decentramento fuori scena (in balconata o a lato dello spazio di gioco) che la funzione analitica trova la sua espressione più compiuta ed autentica. Quest’ultima può essere spesso articolata ed esplorata ben al di là della semplice verbalizzazione delle emozioni, completata da messaggi rivolti alle singole presenze in scena, compreso l’Io-attore del protagonista.

Mi sono trovata più volte a trasformare il dialogo fra Io-attore e Io-osservatore da scena conclusiva a scena esplorativa centrale del lavoro con il protagonista. In questo genere di lavoro, possibile solo in una fase avanzata del percorso psicoterapeutico, chiamo alle spalle dell’Io-osservatore del protagonista tutti gli Altri significativi che via via vengono associati alle osservazioni emesse dall’Io-osservatore stesso a proposito della scena osservata e della condizione del suo Io-attore. Anche alle spalle dell’Io-attore del protagonista faccio presentificare le “voci” che in quel momento l’Io-attore stesso riconosce prevalenti nel suo stato d’animo e nelle sue domande o risposte all’Io-osservatore.

Questa ordinata pluralità di presenze  aiuta a individuare le interiorizzazioni più nascoste, sia dalla parte dell’Io-attore che da quella dell’Io-osservatore, e dando loro nomi precisi ne facilita una integrazione mentale più chiara e armoniosa. E questa, appunto, è la finalità principale della funzione analitica.

La funzione riflessiva-empatica

Come ho premesso sopra, includo sotto la denominazione di funzione riflessiva le due funzioni relazionali primarie: quelle di doppio e di specchio, alle quali aggiungo quelle di inversione di ruolo e di rispecchiamento, che dal punto di vista evolutivo vedono uno sviluppo più tardivo.

Il doppio e lo specchio come modalità comunicative

Riprendendo i già citati Fonagy e Target (1995-2000; 2002, p.372), per funzione riflessiva si intende “la capacità di essere consapevoli dei propri e altrui stati mentali”. Attraverso tale capacità si sviluppano nel bambino non solo il senso di sé e di essere agente, ma anche la consapevolezza emozionale e la capacità di regolazione degli stati affettivi. La funzione riflessiva è da questi autori riconosciuta come il primo e principale prodotto della relazione diadica dalla quale viene generato il Sé del bambino piccolo, o il senso di sé secondo altri autori (a partire da Stern, 1985). Non voglio addentrarmi qui nel tema – tutt’altro che meramente teorico – della differenza fra Sé e senso di sé. Ciò che mi sembra importante sottolineare è che la funzione riflessiva, o capacità di mentalizzazione, fin dalle prime interazioni bambino/caregiver viene sviluppata attraverso le due modalità comunicative del doppio e dello specchio.

Esiste una sequenza temporale nell’uso di queste due diverse modalità. La funzione di doppio è certamente la prima modalità e la più usata dal caregiver nel suo rapporto con il neonato. “Oggi abbiamo una fame da lupo”, “Stanotte abbiamo fatto i birichini”…: l’uso della prima persona plurale è un’abitudine corrente, almeno nella cultura occidentale, sia quando la madre parla direttamente al suo piccolo, sia quando si rivolge a terzi parlando di lui/lei. Quella di doppio è quindi, innanzitutto, una posizione relazionale, dalla quale il caregiver – con le parole ma anche con tutto il corredo gestuale dell’accudimento e del gioco – comunica al bambino che insieme essi formano un tutto unico, che solo gradualmente diventerà una diade, e poi, più tardi, due poli distinti di una diade.

Naturalmente, anche quando il bambino avrà maturato la capacità di percepirsi separato e distinto, la modalità di doppio continuerà ad esprimere il “sentirsi uniti”, l’“essere con”, attivando senso di sicurezza, di tenerezza, di accudimento, di amore: tutti sentimenti centrali nella costituzione, durante i primi tre mesi di vita,  di quella che Bowlby ha chiamato la base sicura, che altri hanno indicato come il sistema motivazionale di attaccamento e che in psicodramma viene definita matrice fusionale (De Leonardis, 2012). La modalità comunicativa di doppio permarrà nel corso di tutta l’esistenza dell’individuo, ogni volta che questi si troverà a vivere una condizione di relazione intima.

Anche la funzione di specchio viene usata molto precocemente dal caregiver nella sua relazione con il bambino: più precocemente di quanto si presume che il bambino sia cognitivamente in grado di percepirla come tale. Spesso viene usata in terza persona: “E’ vero che al bimbo non piace questa pappa?”, “Questa bambina è già molto furbetta…”. La posizione assunta dal caregiver è in questo caso quella esterna al bambino: si tratta di rimandi comunicativi che diventeranno progressivamente sempre più importanti per il processo di identificazione del bambino, e tali resteranno nell’adolescenza e in età adulta, soprattutto quando provenienti dai pari.

L’elaborazione di Fonagy e Target riguardo allo sviluppo della funzione riflessiva nel bambino attraverso la comunicazione diadica adottata dal caregiver si concentra essenzialmente sulle prime fasi di sviluppo della mentalizzazione e non distingue fra la posizione comunicativa di doppio e quella di specchio. Anche il loro esame delle disfunzioni clinicamente rilevanti, in riferimento agli stili di attaccamento che una disturbata comunicazione caregiver/bambino può provocare, si connette per lo più alle ricerche della scuola di Bowlby (Ainthworth[26] Main[27] , Crittenden[28]), cioè alla formazione di modelli relazionali primari carenti o distorti dal punto di vista della fiducia, dell’affidamento e quindi della sicurezza (Fonagy e Target, 1999-2001[29]).

Non ho sufficienti conoscenze riguardo agli studi applicati di microanalisi della relazione caregiver/bambino, come quelli condotti ad esempio dalla scuola di Boston (Boston Change Process Study Group, 2012; Stern, 1985; 1995; 2004), per sapere se le posizioni comunicative di doppio e di specchio vengono da essi considerate in maniera distinta, o anche se la categoria stessa di posizione comunicativa è presa in considerazione ed eventualmente in che modo. Penso comunque che tale distinzione potrebbe essere molto produttiva nell’osservazione della relazione caregiver/bambino, in particolare molto interessante sarebbe osservarla in connessione allo sviluppo della funzione riflessiva.

L’inversione di ruolo e il rispecchiamento

In linea generale mi sembra comunque importante sottolineare nuovamente la natura di processo dello sviluppo della funzione riflessiva. La funzione riflessiva non è data una volta per tutte ma evolve nel tempo, parallelamente allo sviluppo neurofisiologico, attivata in modi diversi da condizioni comunicative differenti, in tutte le fasi esistenziali.

Ad esempio l’utilizzo della corteccia motoria anteriore e lo sviluppo della funzione oggi attribuita ai neuroni specchio che parzialmente la compongono – apprendimento mimetico, immedesimazione e capacità empatica (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006; Gallese, Fadiga et al. 2006) –  sono più tardivi rispetto alla funzione riflessiva descritta nel suo formarsi da Fonagy e Target. Così come più tardive sono le funzioni di inversione di ruolo e di rispecchiamento.

Ma in che modo e in che misura le funzioni di inversione di ruolo e di rispecchiamento sono connesse allo sviluppo corticale dei neuroni specchio? E in quale modo modificano, arricchiscono o  diversificano la funzione riflessiva?

L’inversione di ruolo non è meramente un decentramento dell’Io, ma attraverso il processo di decentramento essa consiste, in un primo tempo nella sola assunzione di funzioni appartenenti ad un altro da sé (il bambino che gioca al dottore opera questo tipo di inversione di ruolo), e in tempi successivi nell’assunzione di intere costellazioni psicologiche altrui (come avviene in modo esemplare nel ruolo di Io-ausiliario o di Alter-ego in psicodramma).

Il rispecchiamento è invece una funzione che tiene ben saldo l’ancoraggio all’Io e che attiva in modo particolare la percezione di somiglianze e differenze con altri da sé nella loro specificità emotiva e cognitiva.

Entrambe tali funzioni sono comunque modalità di esercitare la funzione riflessiva e di finalizzarla alla regolazione delle emozioni e dei rapporti con il mondo esterno (Fonagy e Target, 1995-2001; Fonagy et al., 2002 )[30].

L’immedesimazione,  l’identificazione e l’interiorizzazione [31]

Altre importantissime modalità di funzionamento della funzione riflessiva sono ad esempio l’immedesimazione, l’identificazione e l’interiorizzazione (e le loro varianti psicoanalitiche della internalizzazione, introiezione, proiezione, incorporazione ecc.), la cui differente declinazione può essere correlata alla loro destinazione rispettivamente nella coscienza, nel preconscio o nell’inconscio.

Tutte tre queste funzioni sembrano essere trasversali non solo rispetto alla funzione comunicativa di doppio e di specchio, ma anche rispetto alle funzioni di inversione di ruolo e di rispecchiamento.  Tutt’al più potremmo differenziarle in senso temporale: a quale età del bambino si può far risalire un processo di identificazione inconscia, a quale età si può presumere la possibilità di una interiorizzazione, e a quale età si può parlare di immedesimazione?

Il fatto è che, se vengono accettate le premesse intersoggettive di formazione del senso di sé e dell’Io, non è più possibile riferire le nostre analisi a una dimensione individuale. Come afferma René Kaës, “abbiamo bisogno di costituire una metapsicologia e una clinica intersoggettive.” (Kaës, 2006, p.46). Per esser chiari e coerenti nel nostre esame dovremmo “iscrivere gli effetti della intersoggettività nella struttura della psiche, nella formazione stessa dell’inconscio e nel processo di soggettivazione.” (ibidem).

In breve, a fini terapeutici (ma certo anche per altri motivi) “non è importante solo capire che cosa succede nella storia evolutiva individuale, è importante comprendere che cosa succede nella storia evolutiva di soggetti molteplici” (ibidem): i processi di co-conscio e di co-inconscio; i processi di co-rimozione e di co-negazione; la co-produzione dei sintomi e i legami di ritorno del rimosso; le modalità di produzione delle rappresentazioni e di espressione delle pulsioni, ognuna delle quali condiziona, attiva e si connette a quelle di altri (Kaes, 2007).

La funzione cognitiva-coscienziale

Uso il doppio termine “cognitiva-coscienziale” per indicare l’appartenenza della conoscenza e della coscienza ad un medesimo ambito funzionale.  Nelle riflessioni che seguono faccio riferimento  agli studi neurofisiologici riportati da Daniel Siegel in La mente relazionale (Siegel, 1999), e da Antonio Damasio in Emozione e Coscienza (Damasio, 2000), condotti direttamente da questi autori o da essi citati. Ma voglio premettere al tema una definizione di coscienza particolarmente stimolante che ho trovato in un’opera di Bernard J. Baar (neurofisiologo e psicologo cognitivista di origine olandese e di adozione americana): “Coscienza: risultato di un’attività altamente integrata di molteplici processi cerebrali inconsci. Le aree prefrontali coinvolte nella regolazione dell’attenzione selettiva costituiscono il modulo cerebrale che svolge il ruolo determinante di ‘osservatore interno’ del cosiddetto ‘teatro della coscienza’.” (Baar, 1997; Baar e Gage, 2010).

Le indicazioni della neurofisiologia

Siegel ha notoriamente un approccio strettamente neurofisiologico al funzionamento della mente. Ad esempio egli distingue tre tipi di neuroni – percettivi, categorici e linguistici – che vengono attivati simultaneamente nel processo di formazione della coscienza primaria, la quale, attraverso meccanismi di feedback  e di eccitazione neuronale reciproca, attiva a sua volta le aree centrali prefrontali dando origine a processi integrativi  (quali cognitività sociale, flessibilità di risposta e memoria di lavoro) che a loro volta producono coscienza autonoetica, cioè consapevolezza di sé e dei propri processi percettivi. In tali processi cognitivo-coscienziali, le emozioni dirigono i flussi di attivazione e determinano il significato delle rappresentazioni/informazioni.

Siegel è preciso nel delimitare la coscienza: “…il Sé conscio costituisce in effetti solo una minima parte delle attività della mente. Percezione, memoria, emozioni, interazioni sociali sono tutti processi che si svolgono per lo più al di fuori della coscienza. In generale possiamo dire che il Sé non è formato da una parte conscia e una inconscia, separate da una linea netta di demarcazione; piuttosto il Sé è generato da processi inconsci, e dalla selettiva associazione di questi processi in un’entità che chiamiamo ‘coscienza’.”. “…La coscienza ci permette di modificare reazioni automatiche e riflesse e di introdurre elementi di ‘scelta’ nei nostri comportamenti”, soprattutto nella condivisione di informazioni con altre persone.

Ma come si traduce, questo, in conoscenza?

“La coscienza – dice Siegel – è collegata ai meccanismi attenzionali  e alla memoria di lavoro”, che è “la lavagna della mente” su cui si fanno associazioni fra informazioni. Tali meccanismi producono informazioni nuove, in grado di cambiare anche gli stati emozionali (Siegel, 1999, pp. 256-257).

Damasio, da parte sua, distingue fra coscienza nucleare, o senso di sé nucleare[32], e coscienza estesa [33], e correla entrambe queste forme di coscienza alla conoscenza e alla funzione conoscitiva[34] ,definendo quest’ultima come la capacità di tradurre (Damasio dice “l’impossibilità di non tradurre”- p.225) dati di coscienza con sequenze di immagini (come in un film) o con parole e frasi, quindi verbalmente. La funzione conoscitiva è quindi da Damasio strettamente correlata alla funzione coscienziale, essendo concepita come il “narrare” o il “raccontare” (cioè il connettere per sequenze di parole o di immagini) elementi di coscienza[35].

Il termine “tradurre” che Damasio usa insistentemente in questo ambito è significativo, in quanto indica un trasporre, un cambiare qualcosa in qualcos’altro: in breve, un trasformare il dato di coscienza in simbolo. E a questo proposito l’autore enuncia l’attuale insufficienza di ricerche neurofisiologiche in grado di descrivere o spiegare questo processo: la formazione della rappresentazione mentale, il processo simbolico.

Per questo motivo, da buon neurofisiologo e neuropsicologo, Damasio desume da varie ricerche la natura iconica oppure verbale della rappresentazione degli elementi di coscienza, ma non si spinge a ipotizzare come questi elementi vengano processati. Egli si limita a rilevare, nel corso di una vita, “l’enorme quantità di processi e di contenuti che rimangono non coscienti…” (Damasio, ibidem, p.276), e si astiene dal postulare una differenziazione fra tipi di immagazzinamento dei ricordi autobiografici, benché ne presuma l’esistenza.

Le ipotesi psicodinamiche

Così in Damasio non si trova alcun tipo di correlazione fra le sue categorie di coscienza e quelle che in psicologia vengono definite coscienza esplicita, coscienza implicita e inconscio (Carli e Rodini, 2008).

La differenziazione fra queste ultime categorie – che sono in sostanza modi diversi di conservazione dei dati sensoriali, delle emozioni, dei pensieri e dei ricordi (e quindi anche del loro eventuale recupero ed elaborazione) – è materia di studio ancora quasi esclusivamente della psicologia dinamica, tradizionalmente basata sulla clinica (nel cui ambito si svolsero anche l’elaborazione teorica di Bion (1962; 1965) e quella di Bowlby (1969; 1973; 1977; 1980) e, da qualche decina d’anni, sull’infant research e sulla microanalisi delle relazioni primarie.

Ho citato Bion e Bowlby perché sono due anelli fondamentali, e ben distinti, del percorso che ha portato la psicologia dinamica a connettersi in modo più specifico con la neurofisiologia, differenziando appunto i tre tipi di “processamento” sopra nominati: quello che produce la coscienza esplicita (associabile alla coscienza estesa di Damasio), quello che forma la coscienza implicita (associabile da un lato alla coscienza nucleare di Damasio e dall’altro al preconscio freudiano) e il terzo tipo, il grande territorio dell’inconscio.

La psicologia dinamica, e la psicoanalisi intersoggettiva in particolare (Carli e Rodini, 2008), sostengono che in qualche misura l’esplorazione dell’inconscio sia possibile attraverso la funzione simbolica, e che in qualche misura l’inconscio sia trasformabile in conscio attraverso la funzione analitica. La funzione coscienziale è quindi centrale, ed è ad essa che viene attribuito il cambiamento evolutivo.

In psicodramma

Nella teorizzazione psicodrammatica la funzione cognitiva-coscienziale non ha mai avuto molto campo. La tendenza in psicodramma a privilegiare l’espressione delle emozioni e la loro esplorazione dialettica in scena ha oscurato la funzione cognitiva-coscienziale, inducendo molti a considerarla, se non poco importante, quasi un automatico sottoprodotto dell’espressione emozionale.

Eppure le cognizioni sono una parte essenziale dell’attività mentale e dei comportamenti produttivi e relazionali. E la coscienza non può essere considerata solo il contenitore del razionale. Al contrario la neurofisiologia la indica come la base di volta in volta necessaria per accedere ad ulteriori processi mentali evolutivi e creativi (Damasio, ibidem, pp. 362 e segg.).

Questo nella teoria psicodrammatica, ma nella pratica le cose stanno diversamente.

Nel dialogo intrapsichico fra Io-attore e Io-osservatore descritto sopra, il direttore, con parole di stimolo e di accoglienza, accompagna il protagonista verso l’assunzione esplicita e piena non solo della funzione analitica ma anche della funzione coscienziale (presa di coscienza), di cui sono testimoni gli ausiliari e l’uditorio, tutti co-attori e co-terapeuti nel processo di rappresentazione psicodrammatica dalle molteplici e intense risonanze co-consce e co-inconsce.

Ho sottolineato la parola accompagna perché, anche rispetto alla funzione coscienziale, il direttore-terapeuta non spinge mai il protagonista ad assumere tale funzione, ma crea le condizioni teatrali perché tale assunzione possa avvenire. Né tanto meno orienta esplicitamente il protagonista alla presa di coscienza, ma lo invita cautamente e implicitamente a leggere e comprendere il suo mondo intrapsichico e interpersonale, nella misura in cui avverte che in quel momento egli è pronto a farlo.

Le verbalizzazioni del protagonista nel ruolo di Io-osservatore hanno spesso contenuti coscienziali. Non sempre quando il protagonista inizia il suo rimando al proprio Io-attore con la frase “Penso che tu ….” è bene correggerlo con la frase “Sento che tu….”. La presa di coscienza va lasciata fluire liberamente e va corretta solo se l’Io-osservatore si rivela razionalizzante in modo sterile.

Nella fase dello sharing, che conclude la sessione psicodrammatica, la narrazione di vissuti personali da parte dei membri del gruppo come restituzione al protagonista attiva il rispecchiamento, e con esso amplifica l’orizzonte in cui si iscrivono, gli uni accanto agli altri, sia i contenuti psichici emersi dal lavoro del protagonista, sia i vissuti evocati dai partecipanti. Ciò attiva nel gruppo quella che viene chiamata “catarsi integrativa”, cioè la percezione emotiva della condivisione di esperienze difficili, ciascuno nella propria specificità.

Questa testimonianza ha un importante effetto coscienziale, che a mio avviso, soprattutto nei gruppi continuativi di terapia psicodrammatica, dovrebbe essere più largamente espressa e approfondita. Richiamo a questo proposito l’impostazione delle modalità di ricerca di esito e di processo che hanno trovato negli ultimi anni una certa diffusione anche in ambito psicodrammatico, soprattutto attraverso il lavoro del Research Committee della FEPTO[36]. Mi riferisco ai test basati sulla richiesta ai pazienti di riscontri concernenti la loro percezione di cambiamento rispetto a specifici items individuati e concordati insieme al terapeuta in fase pre e post-trattamento (Core-OM[37], Change Interview[38]);  oppure  basati sulla somministrazione sistematica, subito dopo ogni sessione, di un breve questionario in cui si chiede ai pazienti di segnalare quale momento o accadimento della sessione ciascuno ha sentito personalmente più significativo e/o ostacolante e per quale motivo (HAETCAS[39] e, in ambito psicodrammatico, HAMPCAS[40]). In particolare quest’ultima pratica di ricerca fa appello ad un processo coscienziale che, come molte pratiche diagnostiche, ha al medesimo tempo un effetto terapeutico.

In questo ambito, una considerazione particolare merita la fase conclusiva della sessione secondo il modello dello psicodramma analitico, che prevede la co-conduzione di due terapeuti, uno nel ruolo di  conduttore e uno in quello di osservatore. Al termine della sessione il co-terapeuta osservatore dà al gruppo una restituzione complessiva di ciò che a suo parere è avvenuto durante le rappresentazioni psicodrammatiche. La lettura è più o meno orientata a rilevare i meccanismi intrapsichici coinvolti nei contenuti/conflitti esplorati, oppure si limita a tracciare un percorso associativo che connette le scene portate dai vari protagonisti nell’ambito conflittuale esplorato.

Sia nell’uno che nell’altro caso la funzione di tale restituzione è certamente coscienziale, ma mi sembra anche che abbia l’effetto di collocare i partecipanti nella posizione passiva di destinatari di un sapere altrove acquisito ed elaborato, riversato sul gruppo per la sua crescita evolutiva ma non dal gruppo conquistato autonomamente.

Non voglio discutere qui quanto questa scelta metodologica possa essere negativa e quanto positiva, a fronte del più rigoroso astenersi da qualsiasi restituzione proprio del modello moreniano. So bene che anche il direttore-regista dello psicodramma moreniano non è soltanto un “accompagnatore” del paziente nel suo percorso di disvelamento e lettura di sé, ma è colui che stimola, con-divide e contiene (in senso bioniano) l’intero processo.

L’obiettivo terapeutico non è solo quello di aiutare il paziente ad accedere ai propri conflitti inconsci, o ai propri stati del Sé dissociati (Bromberg, 2007). Bisogna creare le condizioni per la loro rappresentazione simbolica nella piena valenza emotiva. In tal modo essi possono essere assunti come oggetti di riflessione cognitiva, possono diventare “pensabili”, essere riconosciuti e quindi comunicabili nella diade paziente/terapeuta o nel gruppo di terapia.

Attivatori psicodrammatici specifici delle funzioni psicoterapeutiche

Nell’esame delle funzioni psicoterapeutiche fin qui esposto, gli interrogativi sono davvero molti, e nelle ultime riflessioni sono perfino arrivata a riconoscere la necessità di cambiare paradigma analitico, da individuale intrapsichico a collettivo interpsichico. O meglio ho riconosciuto l’opportunità di fare riferimento a un modello evolutivo che integri il primo con il secondo. Un compito che in psicologia è ancora agli inizi.

Posso proseguire però nel mio intento: quello di leggere il processo di una sessione psicodrammatica tipo attraverso le funzioni psicoterapeutiche che vengono passo passo prevalentemente attivate.

Prima di tale analisi, per una maggiore chiarezza espositiva, cercherò di elencare gli attivatori più specificamente psicodrammatici delle funzioni psicoterapeutiche (ringrazio chi vorrà completare questi elenchi, che certamente sono incompleti).

Attivatori psicodrammatici della funzione senso-motoria

  • Concretizzazione iconica e dinamica di tipo teatrale.
  • Attivazione dei cinque sensi e della sensibilità propriocettiva e viscerale sia nel gioco interattivo che nell’esplorazione intrapsichica.

Attivatori psicodrammatici della funzione espressiva

– Attivazione dell’unità mente-corpo: traduzione dell’uno nell’altra e viceversa.
– Gioco psicomotorio e relazionale per favorire lo stato mentale della spontaneità.
– Valorizzazione dell’espressione corporea di emozioni, modi di essere, relazioni.
– Espressione alternativamente attiva e verbale del mondo interno personale.
– Espressione di sé alternativamente attiva e verbale nel rapporto con il gruppo.

 Attivatori psicodrammatici della funzione catartica

– Attivazione percettiva: scelta di forme e colori in oggetti simbolici, distanze, dimensioni, suoni, espressioni verbali.
– Attivazione emozionale: concretizzazione di emozioni, loro personificazione e differenziazione, relazioni fra di esse.
– Amplificazione delle emozioni, individuazione delle ambivalenze, evidenziazione dei conflitti intrapsichici e loro messa in gioco.
– Catarsi abreativa: svuotamento-scarica dei nodi emotivi conflittuali, disposizione allo stato di spontaneità,  distacco e  presa di distanza, disponibilità al nuovo.

Attivatori psicodrammatici della funzione esperienziale

– Giochi di ruolo, sperimentazione di ruoli insoliti nel gioco.

– Attivazione di rapporti interpersonali inusuali nella dimensione del come se.

– Apprendimento di competenze relazionali.

Esperienza emozionale correttiva di gruppo buono e/o di relazione intersoggettiva in reciprocità.

– Formulazione mentale di desideri e loro realizzazione simbolica, ovvero, attraverso la presa di distanza dall’universo emotivo negativo, soddisfazione rappresentazionale di bisogni primari.

Attivatori psicodrammatici della funzione simbolica

– Il tempo viene tramutato in spazio, le diverse distanze spaziali in equiparabili intervalli di tempo.
– Gli oggetti con specifiche caratteristiche materiali diventano emozioni, tratti della personalità, eventi.
– Gli oggetti si personificano, le persone sono rappresentate da altre persone.
– I luoghi e gli ambienti sono rappresentati da elementi simbolici  essenziali.
– Le emozioni sono personificate.
– Uso di mezzi espressivi diversificati: disegno, maschere, raffigurazioni, puppets.
– Concretizzazioni di metafore, di sogni, di timori, di desideri (connessioni con vita reale, immagini biografiche, dare un volto a….).

Attivatori psicodrammatici della funzione analitica

– Individuazione di contenuti/conflitti interni e differenziazione delle parti che li compongono.
– Rappresentazione dinamica delle relazioni fra le parti dei contenuti/conflitti interni.
– Passaggio per libera associazione o per insight ad ulteriori contenuti/conflitti interni.
– Nel corso dell’esplorazione di contenuti interni, continuo cambio di posizione dell’Io, dalla posizione  dell’azione a quella dell’osservazione e viceversa, e attivazione del dialogo  fra i due agenti dell’Io:  Io-attore e Io-osservatore.

Attivatori psicodrammatici della funzione riflessiva-empatica

– Tecniche del doppio e dello specchio con assunzione diretta della funzione da parte del direttore oppure da parte di ausiliari o di membri del gruppo.
– Tecniche di inversione di ruolo e di interazione in inversione di ruolo.
– Attivazione del rispecchiamento sia nelle azioni sia nelle verbalizzazioni di gruppo che scandiscono  le attività psicodrammatiche di gruppo e durante lo sharing finale.
– Attivazione trasversale, in ogni fase della sessione psicodrammatica, dei processi di immedesimazione, interiorizzazione e identificazione.

Attivatori psicodrammatici della funzione cognitiva-coscienziale

– Formulazione verbale di insight e di rimandi alle proprie parti interne personificate in scena nel ruolo di Io-osservatore.
– Rimandi cognitivi nella restituzione narrativa da parte dei membri del gruppo durante lo sharing.
– Eventuale introduzione di riflessioni coscienziali post-sessione nell’ambito di programmi di ricerca centrati sull’interrogazione del paziente sotto forma di breve questionario.

Che cosa succede nella sessione di psicodramma?

Mi riferirò in questo esame a una sessione psicodrammatica tipo composta di:

– riscaldamento psicomotorio;
– riscaldamento psicodrammatico;
– verbalizzazione di gruppo, oppure in coppie o in piccolo gruppo;
– processo di emersione di immagini e contenuti interni personali e loro verbalizzazione;
– processo di scelta del protagonista come emergente gruppale;
– lavoro con un protagonista articolato in 3 scene;
sharing finale.

Per semplicità tralascio quindi di esaminare le possibili e frequenti varianti di tale sessione-tipo: ad esempio la rappresentazione simbolica di varianti di uno stesso tema e loro elaborazione con 2, 3 o 4 protagonisti; l’esplorazione di un tema attraverso un lavoro di gruppo specificamente orientato, eccetera. Così come tralascio le fasi di scambio interpersonale riguardo ai vissuti, agli eventi e agli incidenti contingenti della vita di ciascun membro del gruppo, che nei gruppi continuativi di psicoterapia psicodrammatica spesso hanno luogo sia all’inizio di ogni sessione sia nel corso delle verbalizzazioni fra una fase della sessione e l’altra.

Inserisco invece la fase preliminare di puntualizzazione delle regole nella sessione psicodrammatica, che viene omessa nei gruppi continuativi o in sessioni seriali, perché sono comunque implicitamente operative in ogni sessione di psicodramma, sono sempre richiamate durante le sessioni in caso di necessità e sono molto importanti dal punto di vista psicoterapeutico.

Per ciascuna delle fasi della sessione psicodrammatica tipo, citerò tre componenti:

1) la tipologia di attività scelte dal direttore in relazione allo stato del gruppo e agli obiettivi che si è prefissato o che ha concordato con il gruppo o con il singolo protagonista;
2) gli scopi specificamente perseguiti rispetto ai singoli partecipanti e rispetto al gruppo;
3) le funzioni psicoterapeutiche prevalentemente attivate nel corso di ciascuna fase.

Anche in riferimento alle considerazioni che seguono, certamente incomplete e gravate da una sovrapposizione delle funzioni mentale difficile da evitare, ringrazio quanti vorranno commentare, completare, organizzare meglio i contenuti dell’esposizione.

Definizione delle regole nella sessione psicodrammatica

Tipi di attività: comunicazione delle “regole del gioco psicodrammatico” fatta dal direttore al gruppo in disposizione circolare:1) non farsi male (autoregolazione) e non fare del male agli altri (responsabilità); 2) sospensione del giudizio interpersonale; 3) sospensione della risposta dialogica; 4) impegno di riservatezza rispetto ai contenuti ed eventi della sessione.

Scopi nel singolo partecipante: rassicurazione rispetto alla condivisione di contenuti intimi; definizione dei ruoli e delle responsabilità.

Finalità nel gruppo: delineare i confini del contenitore e le condizioni del gioco psicodrammatico; attivazione della responsabilità reciproca.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione cognitiva rispetto al setting.

Riscaldamento psicomotorio

Tipi di attività: giochi motori di gruppo a carattere interattivo, con valenza più o meno relazionale.

Scopi nel singolo partecipante: inserimento e acclimatazione del gruppo nell’area di gioco; attivazione individuale del sistema mente-corpo; attivazione percettiva del proprio mondo interno e delle presenze differenziate nel gruppo; promozione di stati di spontaneità.

Finalità nel gruppo: costruzione dell’area di gioco psicodrammatico; costituzione sensoriale del contesto di gruppo; definizione di confini individuo-gruppo, apertura del canale individualità-gruppalità.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione sensoriale e funzione espressiva.

Riscaldamento psicodrammatico

Tipi di attività: giochi di ruolo in coppie, piccoli gruppi o gruppo intero, orientati su specifici temi; giochi espressivi ad elevata valenza relazionale; giochi interattivi a valenza sociometrica e quindi rivolti al gruppo come entità a se stante.

Scopi nel singolo partecipante: attivazione di relazioni interpersonali non convenzionali; percezione dei confini personali nel gruppo e delle potenzialità del gruppo in territori emotivamente significativi; attivazione intrapsichica su tematiche “calde”;

Finalità nel gruppo: costruzione-rafforzamento dell’identità di gruppo e del senso di appartenenza.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione sensoriale, funzione espressiva, funzione simbolica, funzione esperienziale.

Verbalizzazione di gruppo

Tipi di attività: espressione verbale di emozioni, ricordi, fantasie, timori, desideri, attivati nel corso delle attività precedenti, spesso effettuata in gruppo, a volte in sottogruppi.

Scopi nel singolo partecipante: individuazione-riconoscimento di vissuti intrapsichici; testimonianza al gruppo.

Finalità nel gruppo: nutrimento emozionale e cognitivo del gruppo.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione espressiva, funzione analitica, funzione riflessiva-empatica (rispecchiamento), funzione coscienziale.

Individuazione di contenuti interni e scelta del protagonista

Tipi di attività: auto-esplorazione in associazione libera di contenuti interni personali; verbalizzazione circolare di immagini, situazioni di vita, desideri e timori; scelta del protagonista con metodi sociometrici.

Scopi nel singolo partecipante: individuazione di tematiche personali significative contestualizzate in vissuti specifici;

Finalità nel gruppo: individuazione della tematica maggiormente risonante nel gruppo e del suo interprete come emergente gruppale; attivazione del senso di parità nella differenza interpersonale.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione analitica, funzione coscienziale (immedesimazione reciproca sul piano di realtà).

Presa in carico e contratto con il protagonista

Tipi di attività: accoglienza del protagonista nel ruolo di emergente gruppale; ridefinizione con il protagonista del contenuto interno da esplorare.

Scopi nel singolo partecipante: rassicurazione e stimolo del protagonista; suo riscaldamento alla spontaneità.

Finalità nel gruppo: valorizzazione dei contenuti interni individuali, della testimonianza e del rispecchiamento.

Funzioni psicoterapeutiche prevalenti: funzione analitica, funzione coscienziale (immedesimazione  sul piano di realtà).

Lavoro con il protagonista

1a scena esplorativa

Tipi di attività: rappresentazione dinamica con l’aiuto di ausiliari del contenuto/conflitto interno concordato, con raggiungimento o meno di catarsi abreativa; espressione verbale emotiva da parte del protagonista (soliloquio) e comunicazione dei suoi processi mentali a seguito della messa in scena (risposte a domande del conduttore); individuazione per libera associazione oppure su stimolo/proposta del direttore di una seconda scena da rappresentare, oppure passaggio diretto a una scena detta “del desiderio” o a una semplice situazione integrativa (cfr.di seguito).

Scopi nel protagonista: esplorazione analitica in forma dinamica del contenuto/conflitto interno concretizzandone le principali componenti e mettendole in relazione fra loro; individuazione e denominazione delle emozioni/sentimenti prevalenti emersi nella rappresentazione; verbalizzazione di associazioni mentali e riflessioni coscienziali.

Finalità nel gruppo: attivazione di processi di immedesimazione, interiorizzazione e identificazione; funzione di testimonianza ai vissuti emotivi del protagonista; partecipazione corale al dramma e al suo eventuale compimento catartico; negli ausiliari: valorizzazione dell’espressione transferale individuale nel contesto co-conscio e co-inconscio gruppale; sperimentazione di ruoli nuovi, egosintonici o egodistonici, in una disposizione di aiuto (terapeutica) nei confronti del protagonista.

Funzioni attivate: funzione espressiva/catartica; funzione simbolica, funzione esperienziale; funzione analitica; funzione riflessiva/empatica; funzione coscienziale.

2a scena esplorativa (non sempre realizzata)

Tipi di attività: rappresentazione dinamica della scena emersa con il coinvolgimento degli stessi o di altri ausiliari, con raggiungimento o meno di catarsi abreativa; espressione verbale emotiva da parte del protagonista (soliloquio) e comunicazione dei suoi processi mentali a seguito della messa in scena (risposte a domande del conduttore); proposta del direttore di una ulteriore scena integrativa o comunque di una situazione riflessiva finale.

Scopi nel protagonista: connessione simbolica dei contenuti transferali nella dimensione diacronica individuale; esplorazione analitica in forma dinamica del nuovo contenuto/conflitto emerso; individuazione e denominazione delle emozioni/sentimenti prevalenti emersi nella nuova rappresentazione (soliloquio); verbalizzazione di associazioni mentali e riflessioni coscienziali.

Finalità nel gruppo: attivazione di processi di immedesimazione, interiorizzazione e identificazione; connessione fra l’identificazione proiettiva transferale e la coscienza  riflessiva; funzione di testimonianza ai  vissuti emotivi del protagonista, partecipazione corale al dramma e al suo eventuale compimento catartico; negli ausiliari: valorizzazione dell’espressione transferale individuale nel contesto co-conscio e co-inconscio gruppale; sperimentazione di ruoli nuovi, egosintonici o egodistonici in una disposizione di aiuto (terapeutica) nei confronti del protagonista.

Funzioni attivate: funzione espressiva/catartica; funzione simbolica; funzione analitica; funzione esperienziale; funzione riflessiva/empatica; funzione coscienziale.

3a scena integrativa e/o situazione integrativa conclusiva

Tipi di attività:

1) scena integrativa o del desiderio – rappresentazione dinamica della scena integrativa (virtuale, cosiddetta del desiderio) individuata dal protagonista o suggerita dal direttore, con il coinvolgimento degli stessi o di altri ausiliari, con o senza un’ulteriore catarsi abreativa; espressione verbale emotiva da parte del protagonista (soliloquio) e comunicazione dei suoi processi mentali a seguito della messa in scena (risposte a domande del conduttore);

2) situazione integrativa conclusiva – realizzazione di una condizione percettiva e coscienziale di decentramento dell’Io (balconata); concretizzazione dinamica del dialogo intrapsichico Io-attore/Io-osservatore; passaggio alla dimensione di realtà sia del protagonista che degli ausiliari.

Scopi nel protagonista:

1) scena integrativa o del desiderio[41] –  disattivazione di ruoli negativi interiorizzati, creazione di ruoli positivi alternativi e realizzazione dell’esperienza simbolica positiva attraverso un processo di individuazione dei bisogni emozionali principali nella situazione conflittuale precedentemente esplorata; individuazione insieme al protagonista di una possibile risposta a tali bisogni in termini di variazioni comportamentali o situazionali della stessa relazione conflittuale; realizzazione dinamica della situazione individuata mantenendosi su un piano verosimile e compatibile con i dati di realtà (realizzazione del desiderio all’interno della Gestalt relazionale)[42]; verbalizzazione delle emozioni/sentimenti prevalenti emersi nella situazione virtuale (soliloquio); verbalizzazione di associazioni mentali e riflessioni coscienziali.

2) situazione integrativa riflessiva: percezione differenziata delle due posizioni intrapsichiche di base dell’Io, attiva e riflessiva (Io-attore/Io-osservatore); assunzione piena della posizione riflessiva con possibile attivazione delle sue capacità empatiche in relazione ai propri vissuti emozionali e relazionali; sviluppo del dialogo intrapsichico Io-attore/Io-osservatore e quindi della percezione di sé anche come altro da sé; dimensionamento dell’Io nell’ambito dei gruppi interni individuali e delle problematiche ad essi connesse.

Finalità nel gruppo:

1) scena integrativa o del desiderio: attivazione di processi di immedesimazione, interiorizzazione e identificazione; partecipazione emotiva alla realizzazione simbolica, attivazione del co-conscio e del co-inconscio nel processo di modifica di ruoli significativi interiorizzati; funzione di testimonianza ai vissuti emotivi del protagonista, partecipazione corale al dramma e al suo eventuale compimento catartico; negli ausiliari: valorizzazione dell’espressione transferale individuale nel contesto co-conscio e co-inconscio gruppale; sperimentazione di ruoli nuovi in una disposizione di aiuto (terapeutica) nei confronti del protagonista.

2) situazione integrativa riflessiva: stesse finalità perseguite nel protagonista attraverso l’attivazione di processi di immedesimazione, interiorizzazione e identificazione.

Funzioni attivate:

1) scena integrativa o del desiderio: funzione espressiva/catartica; funzione simbolica; funzione analitica; funzione esperienziale; funzione riflessiva/empatica; funzione coscienziale.

2) situazione integrativa riflessiva: funzione analitica; funzione esperienziale; funzione riflessiva/empatica; funzione coscienziale.

Sharing o partecipazione di gruppo

Tipi di attività: i membri del gruppo in disposizione circolare condividono le loro emozioni e i loro contenuti/conflitti interni personali emersi in associazione al contenuto/conflitto esplorato dal protagonista.

Scopo nei singoli individui: recupero da parte di ciascuno della propria soggettività intrapsichica in un contesto di apertura alla complessità e molteplicità dei processi intrapsichici e interpersonali.

Finalità nel gruppo: rinforzo dell’esperienza del gruppo come luogo, medium e agente di terapia reciproca; ricomposizione della comunicazione individuo-gruppo basata sul principio di realtà.

Funzioni attivate: funzione analitica; funzione riflessiva/empatica (rispecchiamento intenso detto anche catarsi integrativa); funzione coscienziale. 

Qualche riflessione conclusiva

 Come ho anticipato nell’introduzione di questo articolo, per ragioni di spazio non è possibile riportare in questa sede l’analisi puntuale di una serie di sessioni di psicodramma, e neppure di una sessione soltanto, secondo i 4 parametri all’inizio indicati, e poi considerati nella seconda parte dell’articolo: 1) tipo di attività realizzate, 2) obiettivi rispetto al singolo membro, 3) finalità rispetto al gruppo e infine 4) funzioni mentali (psicoterapeutiche) attivate.

Posso dire tuttavia che ho cercato di applicare questo tipo di lettura ad un certo numero di sessioni videoregistrate riferite ad un mio gruppo continuativo di psicodramma. I quattro parametri risultano spesso strettamente interconnessi, ma raramente in modo confuso o generico. Ciò che accade nella sessione di psicodramma emerge quasi sempre in modo lineare e preciso. Nel corso della sessione la facilità di distinzione, intrinseca alla metodologia psicodrammatica, fra piano di semirealtà o di plusrealtà e piano di realtà contribuisce a semplificarne la lettura. L’azione organizza in modo lineare l’attivazione delle varie funzioni psicoterapeutiche, e la verbalizzazione riflessiva scandisce in modo ordinato le funzioni cognitive/coscienziali.

Un fattore che emerge in modo sorprendentemente significativo è il ruolo del direttore. Le sue scelte registiche si intrecciano alle sue funzioni di stimolo e di contenimento, ma il processo risulta sempre molto chiaro rispetto alla visibilità di una conduzione diciamo così “produttiva” da una “poco produttiva”. E con ciò mi riferisco a mie personali conduzioni, in cui ho letto una variabilità di efficacia che ovviamente non può essere attribuita in alcun che al cliente, ma se mai alla diade o alla fase del processo di esplorazione.

Sul piano più generale, la prima considerazione che mi viene al termine del mio articolo è che in realtà ogni esperienza di vita può attivare quelle che ho definito funzioni psicoterapeutiche. Lo psicodramma, con il suo set-setting di accadimenti nella dimensione del gioco teatrale e del “come se” simbolico, è un attivatore intensivo e in una certa misura anche un organizzatore intenzionale di tali funzioni. Inoltre, con le sue particolari ben note “regole del gioco” tende a disattivare (o almeno a ridurre) le funzioni mentali che nella vita sono di solito impegnate a controllare le condizioni di sicurezza fisica e relazionale, a difendere i propri confini e ad affermare la propria personalità, a tutelare la propria appartenenza al gruppo, ad evitare umiliazioni e a conquistare l’apprezzamento degli altri.

La seconda considerazione, pure di ordine generale, è che le funzioni psicoterapeutiche, come d’altronde tutte le funzioni mentali, sono dinamicamente connesse e non seguono regole di precedenze temporali o gerarchie di complessità, ma sono tutte assoggettate al paradigma della complessità, tendenti cioè a costituire, per vie diverse, sintesi mentali sempre più complesse.

La terza considerazione è che nella fase di riscaldamento, psicomotorio e psicodrammatico, e nella fase conclusiva dello sharing, vengono attivate in modo particolare alcune funzioni psicoterapeutiche ed altre no, mentre nel lavoro con il protagonista vengono attivate tutte le funzioni psicoterapeutiche considerate, sia pure in misura maggiore o minore a seconda del momento, del tema affrontato, delle modalità tecniche impiegate e della propensione o stile del direttore.

La quarta considerazione è che lo psicodramma (compresa la sua forma sociale chiamata appunto sociodramma) – anche quando realizzato in ambito formativo, educativo o semplicemente esperienziale (psicodramma in pubblico) – attiva ugualmente le funzioni che ho chiamato psicoterapeutiche, ma le attiva in maniera differenziata. In questi casi il conduttore, il gruppo, i singoli membri del gruppo concordano, attraverso un “contratto” più o meno (meglio più che meno!) esplicitato, di privilegiare alcune di tali funzioni rispetto ad altre. Fra tutte, in contesti diversi da quello psicoterapeutico, a non venire attivata in maniera privilegiata è la funzione analitica, mentre le altre funzioni – quella espressiva-catartica, quella simbolica, quella esperienziale, quella riflessiva/empatica e quella cognitiva/coscienziale – vengono dosate e modulate a seconda delle circostanze e sugli obiettivi concordati.

Come dicevo all’inizio, mi sembra che sia soprattutto l’intenzionalità che segna il confine fra psicoterapia e intervento formativo. Devo dire però che usare il termine “intervento formativo”, pur utile, mi dà la sensazione di una specie di parcellizzazione riduttiva di ciò che “non è psicoterapeutico”. Preferirei parlare di “esperienza evolutiva”, che però a sua volta diventa un termine molto ampio, troppo ampio, tale da comprendere tranquillamente la psicoterapia. E allora saremmo da capo, di nuovo barcolleremmo nel segnare il famoso confine fra psicoterapia e non psicoterapia. 

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L’AUTRICE

PAOLA DE LEONARDIS, psicologa, psicodrmmatista, direttore della Scuola di Psicodramma del Centro Studi di Psicodramma di Milano, via Montevideo 11.
E-mail: cspsicodramma@fastwebnet.it

[1] Faccio un paio di simpatici esempi. Il primo un po’ paradossale, lo traggo dal capitolo dedicato alla “psicomusica” (incluso in Psychodrama vol.1, nell’edizione citata in bibliografia, p.361) Moreno dice:

A un creatore continuamente in equilibrio non sono necessari concetti come volontà e inconscio. Per lui i fenomeni inconsci e consci, la volontà e le percezioni si mescolano in un’unica direzione di esperienza…Il concetto di inconscio è quindi un sottoprodotto, una proiezione patologica di un soggetto impegnato a riscaldarsi per un atto che non padroneggia del tutto.”

Il secondo esempio, addirittura provocatorio, è tratto dal Manuale vol.2, a pag. 275 dell’edizione pure riportata in bibliografia, nell’ambito dell’elaborazione psicodrammatica di un sogno. Moreno si rivolge al suo protagonista in quel momento:

“Noi crediamo che se possiamo aiutarti a cambiare il tuo modo di sognare, ad addestrare il tuo inconscio, per così dire, la prossima volta che sognerai, i tuoi sogni cambieranno carattere, ne avrai un miglior controllo.”

Richiamo anche la più articolata e sotto certi aspetti tagliente riflessione che Moreno fa sull’inconscio in Who shall survive? (Moreno, 1980, pp.53-64), in cui considera l’inconscio “il più basso denominatore comune dell’umanità” e la spontaneità il suo “più alto denominatore comune”.

[2] Il libro raccoglie gli scambi attivati da Moreno con un nutrito gruppo di rappresentanti di spicco di altri orientamenti psicoterapeutici, soprattutto di gruppo, nell’intento dichiarato di cercare di evidenziare le basi comuni di tali approcci. Gli interlocutori di Moreno rispondono nel libro in modo circostanziato a suoi “saggi-stimolo” su temi di rilievo, tra i quali uno dei più interessanti è appunto intitolato Terapia interpersonale, psicoterapia di gruppo e funzione dell’inconscio.

[3] Per esperienze arcaiche o primarie intendo quelle che intercorrono fra il bambino piccolo e il suo/i suoi caregivers.

[4] Cfr. anche Fleury e Hug, 2008.

[5] Con la relativa produzione di ricordi, fantasie, immagini, simboli, progetti, emozioni, movimenti, pensieri, sensazioni, tensioni muscolari, processi fisiologici ecc.

[6] Cfr. Garfield D.A.S. (1995) e Shore A.N. (2003).

[7] Cfr. il concetto di “ruolo-progetto” in Gasca, 2012.

[8] Olistico nel senso innanzitutto neurologico, Gestaltico e cognitivista, ma in questo caso specifico come indicatore di un’attivazione complessiva, da parte dello psicodramma, del sistema mente-corpo.  Non ho mai capito bene che cosa contraddistingue quello che viene denominato come psicodramma olistico distintamente dallo psicodramma tout court. Forse il fatto che utilizza in modo sistematico materiale simbolico, tipo riproduzioni d’arte, disegni o fiabe.

[9] Una distinzione da me sottolineata già molti anni fa (De Leonardis, 1994) ed entrata nel nostro uso comune, ma non usata in ambito psicodrammatico all’estero, dove ho constatato che si parla correntemente solo di tecniche del doppio, dello specchio e dell’inversione di ruolo, com’è d’altronde nella lezione originale di Moreno. Moreno, in Gli spazi dello psicodramma, definisce significativamente le tecniche del doppio, dello specchio e dell’inversione di ruolo “tecniche interazionali” (Moreno e Toeman Moreno, 1995, p.72), e ciò giustifica anche in termini moreniani l’inserimento delle corrispondenti funzioni mentali nella “funzione empatica/riflessiva” più sotto esaminata.

[10] Non esiste una tecnica dello psicodramma orientata ad attivare specificamente la funzione di rispecchiamento, ma essa è trasversale praticamente in ogni attività di una sessione psicodrammatica. Durante il lavoro con il protagonista essa entra in gioco in modo particolare nella parte di gruppo che compone l’uditorio; inoltre è centrale durante lo sharing finale.

[11] Si vedano ad esempio i testo completo e molto interessante di Favaretti Camposampiero et all. 1998 e, per una disamina più recente nell’ambito della psicoterapia di gruppo, Gasca 2012.

[12] Dopo Freud, a partire dai due filoni inaugurati da Wilhelm Reich da una parte e da Frank Alexander dall’altra, la psicoanalisi ha avuto un suo importante ambito di studi psicosomatici, che nel recente passato ha avuto una rappresentante particolarmente acuta in Joyce McDougall (I teatri del corpo, Cortina, Milano, 1990,  e Teatri dell’Io, Cortina, Milano, 1988).

[13] Hans Selye,  The Stress of life, McGraw-Hill, London, 1954.

[14] Lazarus R. S. e Folkman S., Stress, appraisal and coping, Springer, New York, 1984.

[15] Da tali filoni di studio si è sviluppata la psico-neuro-endocrino-immunologia ( P.N.E.I), che dal punto di vista clinico ha finito per concentrarsi su tecniche di meditazione, che si sostiene siano in grado di ottimizzare il funzionamento interattivo e integrato tra tali sistemi (cfr. Francesco Bottaccioli, Psiconeuro – Endocrino – Immunologia, RED edizioni, Milano,  2005).

[16] Jung C. G. [1957/58], La funzione trascendente, in Opere, vol. VIII., Boringhieri, Torino, 1976.

[17] Arnheim R., Verso una psicologia dell’arte, Einaudi, Torino, 1969.

[18] L’Emotional Focused Therapy trae le sue origini dalla terapia centrata sul cliente di Rogers, ma si sviluppò in seguito attraverso una confluenza con la psicoterapia della Gestalt ad opera di Laura Rice e Leslie Greenberg (Greenberg, L.S., Rice L.N., Elliott R. (1993), per poi inglobare altre elaborazioni teoriche e cliniche tra cui quelle di autori come Bowlby, Horney, Sullivan, e Whitaker.

[19] Ad iniziare dalla rivoluzione strutturalista di Ferdinand De Saussure, seguito da molti altri linguisti, fra cui Roman Jakobson e Roland Barthes.

[20] Basti citare Charles Sanders Peirce, fondatore del pragmatismo e della moderna semiotica  e Ernst.Cassirer che in Filosofia delle forme simboliche assegna al  simbolo una funzione mediatrice essenziale fra diverse forme di conoscenza – razionale, scientifica,  analogica, immaginativa, emotiva.

[21] L’elaborazione sul simbolo in ambito antropologico, di rilievo per lo studio psicologico, si è sviluppata in un filone che ne ha messo a fuoco le valenze irrazionali (con Tylor e Fraser, al quale ultimo  lo stesso Jung fa riferimento in una sua celebre opera, e soprattutto con Levi-Brull) e un filone strutturalista, di cui Levi-Strauss è il principale rappresentante, il quale assegna al simbolo la funzione di connettere categorie, concetti e proposizioni sul mondo.

[22] Differentemente dal segno, che viene definito come qualcosa che sta per qualcos’altro, ma che ha un unico preciso significato: es. un cartello stradale che annuncia un incrocio.

[23] Da me già descritta in De Leonardis 1994, in riferimento al lavoro della Sechehaye (Sechehaye 1950), con particolare attenzione alla riflessione clinica e interpretativa che l’autrice fa, nella Parte Seconda del suo libro Diario di una schizofrenica, della Parte Prima, che è appunto costituita dal diario della paziente stessa durante e subito dopo il lungo trattamento. Il fenomeno chiave della realizzazione simbolica messo in luce dalla Sechehaye è stato poi più volte da me ripreso in numerosi contributi successivi con riferimento ad altri autori (es. De Leonardis 2008, con riferimento a Damasio 2003, p.126).

[24] Cfr. anche la mia recensione del libro di Stern in Psicodramma Classico del novembre 2008  (De Leonardis, 2008).

[25] Viene in mente il verso di Holderlin “Noi siamo un dialogo…” e la profonda analisi che ne fa Roman Jacobson in Holdërlin – L’arte della parola (Il Melangolo, Genova, 1976).

[26] Ainsworth M.(1978).

[27] Main M., Kaplan N., Cassidy J.,1985; Main M., (1991).

[28] Crittenden P.M. (1997; 1999; 2008).

[29] Cfr. “Attaccamento, Sé riflessivo e disturbi borderline”, in Attaccamento e funzione riflessiva, pp.57-133.

[30] Cfr. “Giocare con la realtà”, in Fonagy e Target, 1995-2001 Attaccamento e funzione riflessiva, pp.137-189; e  “Il rispecchiamento affettivo marcato e l’uso del gioco di finzione ai fini della regolazione affettiva”, in Fonagy et al. (2002), pp.201-224.

[31] Data la frequente impropria intercambiabilità di questi termini nel linguaggio corrente, è opportuno specificare che l’uso che io ne faccio è allineato alle accezioni che essi hanno in ambito psicodinamico. Quindi:

– per identificazione si intende il processo per lo più inconscio con cui un individuo interiorizza facendo propri uno o più  tratti di un’altra persona;
– per immedesimazione si intende il processo di percezione di un contenuto psichico di un altro come se fosse proprio,
– per  interiorizzazione si intende l’adozione da parte di un individuo di modelli di comportamento, valori, cognizioni propri di un gruppo familiare, sociale o altro.

[32] Cfr. in particolare pp.133-140 e pp. 232-234.

[33] Cfr. in particolare pp.237-240.

[34] Cfr. in particolare pp.224-232.

[35] Si tratta di un processo condiviso parzialmente da altre specie animali ma, dice Damasio, che è “grandioso” nell’uomo; un processo che – attraverso la memoria, cioè la capacità di conservare i dati, di riattivarli alla coscienza, di categorizzarli e di elaborarli – realizza la capacità di inventare e creare nuove “mappe neuronali”, cioè nuove connessioni di dati di coscienza, riferiti all’ambiente, agli oggetti, alle persone e a se stessi (ibidem, pp. 230-245).

[36] Descritti in questo stesso numero da M.S. Guglielmin nel suo articolo sulla ricerca in psicodramma. Cfr. FEPTO,(2012),“Report” in http://www.fepto.eu/storage/files/documents/Porto%20RC%20report.pdf.

[37] Clinical Outcome for Routine Evaluation (Evans et al., 2002), recentemente validato in Italia da Gaspare Palmieri.

[38] Cfr. Elliot, R. (1996). “Client change interview schedule. Unpublished research instruments”, in Department of Psychology, University of Toledo.

[39] Cfr. Elliott, R., & Shapiro, D. A. (1988). Brief structured recall: a more efficient method for studying significant therapy events. British Journal of Clinical Psychology, 61, 141-153.

Elliott, R., & Shapiro, D. A. (1992). Client and therapist as analysts of significant events. In Toukmanian, S.G.; Rennie, D.L. (Eds.), (1992), Psychotherapy Process Research, SAGE, Newbury Park London, 163-186.

[40] Helpful Aspects of Morenian Psychodrama Contents Analysis System (Cruz et al., Università Fernando Pessoa di Porto – Portogallo, in corso di validazione).

 [41] Alexander, nel saggio sopra citato, dice testualmente: “Riesperimentare il vecchio conflitto irrisolto ma con una nuova conclusione è il segreto di ogni penetrante risultato terapeutico. Solo la reale esperienza di una nuova soluzione nella situazione transferale o nella vita quotidiana dà al paziente la convinzione che una nuova soluzione è possibile e lo induce ad abbandonare le vecchie modalità nevrotiche. Con la ripetizione, queste reazioni corrette gradualmente diventano automatiche; l’Io accetta i nuovi atteggiamenti e li integra nella personalità globale. E’ così che si consolidano i risultati terapeutici.” (Alexander, 1946).

[42] Per bisogno intendo uno stato di mancanza fisiologico, psicologico o sociale; per desiderio intendo una rappresentazione mentale della soddisfazione di un bisogno, già sperimentata, suggerita dall’esperienza di altri o formulata ex novo.